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 inserita:: 08 Marzo 2014, 01:07:06 
Aperta da Chianu di giugnu - Ultimo messaggio da Chianu di giugnu
<a href="http://www.youtube.com/watch?v=1LNtpWj4tng" target="_blank">http://www.youtube.com/watch?v=1LNtpWj4tng</a>
Woman di J. Lennon
(2° tentativo di inserire video youtube.)










[/quote]

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 inserita:: 08 Marzo 2014, 00:58:46 
Aperta da Chianu di giugnu - Ultimo messaggio da Chianu di giugnu
Vi dedico Woman di J. Lennon.

<iframe width="420" height="315" src="//www.youtube.com/embed/1LNtpWj4tng" frameborder="0" allowfullscreen></iframe>










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 inserita:: 04 Dicembre 2013, 18:43:48 
Aperta da osvaldo - Ultimo messaggio da osvaldo
L’ULTIMO SCHIAVO DI VILLAROSA [Post tratto dal blog da me iniziato ma aperto a tutti www.bellarrosa.blogspot.com ]

Già più volte ho tentato, ma invano, di ricordarmi il nome del personaggio di cui vado a trattare; ho interpellato tanti della mia età, persino i fratelli Cirino suoi vicini di casa, tutti ricordano perfettamente il soggetto ma non il nome. Almeno per il momento, voglio indicarlo come Caluzzu.
Questi, quando io ero nella prima adolescenza, aveva superato la mezza età e ancora lo ricordo nel particolare rilevante di due gote d’ intenso colore roseo, che per chi non conoscesse bene il soggetto sarebbe apparso quello d’un avvinazzato.
 Non ebbi mai motivo di parlargli, ma mi colpiva di lui la seria indole, ben lontana da certe sgarbatezze tipiche della categoria di uomini da fatica, cui poteva essere accomunato, che a quei tempi bighellonavano in piazza in cerca di qualche occasione di piccolo guadagno.
Quello che m’impressionava di quell’uomo era la circostanza che nelle domeniche e nei giorni di festa si presentava in giro, pur senza lusso, con camicia e cravatta e ben pettinato, mentre coloro che io annoveravo nella categoria di esecutori di lavori umili non mutavano d’abito né mostravano apparenti segni di ordine e pulizia.
Questa diversità attraeva la mia attenzione, ma non ritenevo di fare domande in merito perché non valutavo che, pur nella sua eccezionalità, si trattasse di fatto straordinario.
Un pomeriggio di festa del dopoguerra, trovandomi in piazza con mio padre, di punto in bianco egli m’indicò a distanza Caluzzu e mi disse: - Vedi? Quello è l’ultimo schiavo di Villarosa.
Nella mia ingenuità ritenevo che la schiavitù fosse scomparsa in Europa con l’avvento del Cristianesimo e che fino a circa un secolo prima la tratta degli schiavi di colore fosse ancora in vigore negli U.S.A., secondo quanto da poco tempo avevo letto in un’edizione ridotta de “La Capanna dello Zio Tom”.
La frase di mio padre mi è da sempre sembrata estemporanea, ma oggi che scrivo questa nota reputo che egli abbia voluto introdurre di proposito l’argomento avendomi visto già fra le mani quel libro e voleva forse farmi capire che la schiavitù non era stata tanto lontana dalla nostra terra.
Nei giorni seguenti fra me e papà s’intrecciarono nei ritagli di tempo mie domande con altrettante sue risposte, che in genere erano brevi e il tutto mirava forse a non esaurire l’argomento per indurmi a riflettere ancora di più.
Caluzzu era l’ultimo nato di una famiglia numerosissima quanto poverissima. I fratelli dai sei anni in poi divenivano carusi di pirrera e le sorelle criate presso famiglie benestanti.
I genitori, come di solito avviene in molte case, sono più cedevoli nei riguardi dell’ultimo rampollo; nel caso del nostro personaggio alla tenerezza dell’età si associava destrezza speciale nella soluzione di piccoli problemi di vita pratica e sveltezza nell’eseguire mansioni più che adeguate alla tenera età.
Queste doti positive del ragazzino, appena egli si avvicinava all’età per divenire carusu, non sfuggirono al sindaco don Peppino Profeta e fratelli, che da gran tempo avevano avuto modo di verificare l’onestà di quella famiglia, perciò ritennero opportuno utilizzare il ragazzo per i più vari piccoli servizi, che specialmente in un’attività di commercio sono utili e frequenti.
I bisogni delle famiglie povere sono sempre infiniti e in quella di Caluzzu ci fu un momento di estrema necessità che indusse i genitori a cedere, in parola, il ragazzo ai Profeta come pegno e garanzia di un modestissimo prestito che già s’era certi di non poter restituire in avvenire.
Questa forma inumana di anticresi che nel nostro dialetto è indicata con l’espressione godi e godi era molto comune, principalmente nell’ambito minerario, in cui poveri ragazzini erano affidati a picconieri per conto dei quali portavano alla luce del sole minerali di zolfo greggio su una cesta a forma di cono, detto stirraturi, e anche in campo agricolo-pastorale erano consegnati a curatoli per la custodia del gregge e per altri più umili incarichi.
Tanto mi faceva rabbrividire, ma molto di più mi faceva allibire l’affidamento a vita di un ragazzo a un estraneo.
Mio padre, leggendo in me il grande turbamento, mi ricordò la nota fiaba di Pollicino, e mi spiegò che il gesto di genitori che abbandonavano in un bosco i propri figli non era una gratuita crudeltà, ma un espediente straziante di affidarli alla fortuna d’un vago quanto possibile miglior destino, al solo scopo di non vederseli davanti a sé e lentamente morire di fame.
Chiudo questa triste storia con una battuta di mio padre che quando qualcuno di noi figli faceva qualche piccola bizza verso il gradimento di un cibo, diceva con tristezza:
- Cumu si vidi ca nunn’aviti fattu u Viaggiu a Beddra Matri do Pitittu!

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 inserita:: 15 Giugno 2013, 23:15:32 
Aperta da osvaldo - Ultimo messaggio da osvaldo
TIMIDI SEMI D'UMANA GIUSTIZIA

Voglio riprendere un argomento riguardante un personaggio di Villarosa di cui ho già parlato brevemente nel sito www.villarosani.it, il dr. Calogero Butera. Lo ripropongo per far riflettere i cittadini su un argomento sempre in voga, il favoritismo, che danneggia i più meritevoli, disumanamente scartati dal pieno diritto e mortificati nel più profondo dell'anima e del sacrosanto legittimo interesse.
È risaputo che un uomo giusto, nei paesi della parzialità innalzata a sistema ordinario delle manifestazioni umane, non può per nulla aspirare ad una popolarità carismatica.
Un detto presente in ogni luogo dice: “Tutto il mondo è paese”. In esso c'è un fondo di verità, ma in ogni nazione ha una diversa sfumatura. Non ho conoscenza piena di altre culture, ma ho sentito dire a diversi nostri concittadini residenti in Belgio che in quello Stato le raccomandazioni non sono tanto diffuse come da noi.
La circostanza che vengo ad esporre potrebbe apparire a prima vista insignificante perchè tratta semplicemente e banalmente di un favore che giustamente non poté esser fatto.
Come ho già espresso prima il dr. Butera, uno dei pochi in Villarosa, mi fu maestro di democrazia e senso della giustizia.
Quando egli venne meno a questo mondo, mi soffermai più del solito innanzi all'annuncio murale della sua dipartita con l'esplicito proposito di raccogliere qualche commento particolare che di già prevedevo non totalmente positivo, considerato l'agire del dottore durante la sua esistenza e la seria condotta professionale. In verità le annotazioni non si fecero attendere: per tutti era stata una brava persona che non aveva fatto male a nessuno; ma poi, riflettevano un po' e giungevano alla conclusione che in sostanza non era stato propenso a fare del bene, inteso ovviamente per loro, come favori elargiti agli amici e agli amici degli amici.
Uomini come il Butera, portatore di tali principi e lontano dalle ambizioni, lasciano solamente timide tracce nello spirito di pochi.
Il comune cittadino poneva, e pone ancora, come regola di vita il detto “Quantu vali n'amicu 'n chiazza mancu cent'unzi nna cascia”. Oggi l'amico corrisponde comunemente al politico, ma non solo.
La nostra è stata da secoli una terra teoricamente sottoposta ad un Re che viveva in Spagna, a un Viceré mandato a Palermo, che era circondato costantemente da aristocratici nostrani che non avevano nemmeno una volta nella loro vita visitato le loro terre all'interno dell'isola e le avevano affidate  a gabelloti, campieri e mafiosi, che tenevano costantemente sotto torchio un popolo d'affamati speranzosi d'una esistenza, sia pur misera e stentata.
Si sperava tanto, da parte degli spiriti più sani, che qualcosa con l'avvento della democrazia sarebbe cambiata, ma il favoritismo abbarbicato nel secolare costume non dico che potesse essere  sradicato, ma che almeno fosse stato leggermente smosso.
Uscire da questo mondo non può esser facile; di moltiplicare uomini seri che mirano al rinnovamento morale penso che non si possa nemmeno sperare...
Eppure, a costo di tediare i miei sparuti lettori, voglio provare ad introdurre un banalissimo episodio che è il debole segno della vaga speranza che qualche seme di buon senso forse ancora resiste in giro.
Come ho accennato il dr. Butera mi fu maestro di democrazia e pubblica morale ; forse in giro si rideva pure di me, come di lui, il quale nella qualità d'Ufficiale Sanitario, teneva in mano meticolosamente il doppio decimetro in Commissione in sede di esame di pratiche edilizie.
Un giorno dei primi anni '60 mi avvicinò un uomo un po' attempato, tale Cantella, che io conoscevo appena di vista, che, saputo della mia vicinanza col medico, mi chiese se potevo intercedere presso di lui per aver concessa la licenza d'esercizio d' un' osteria nel pianterreno del corso Garibaldi, dove oggi esiste una rivendita di pane, e dove precedentemente nei lontani anni '50 vi era stata la “Sala Trieste”, adibita a pista da ballo.
Io senza nulla promettere presi l'impegno di parlare con l'amico Ufficiale sanitario.
Quando cominciai ad esporre il problema, il dottore accennò un sorriso, raro nel suo viso, e bloccò delicatamente ogni altro mio dire: - Prima che lei mi faccia la domanda io le do la risposta. La Sala Trieste non è stata autorizzata da me. Un'osteria anche se accoglie forse meno persone d'una sala da ballo è sempre un pubblico locale. Forse lei non sa che il grande pianterreno sulla retrostante via Crema non possiede un'uscita di sicurezza; esiste solamente una finestra non apribile munita di robuste sbarre di ferro, a quasi due metri dal suolo. Siamo stati altamente fortunati che non si è mai verificata una situazione tragica, simile a quelle che spesso si leggono sui giornali o si sentono in televisione. Facciamo una malaugurata ipotesi, che mentre si beve e si canta allegramente in osteria, un mezzo pesante che transita a gran velocità di notte sul corso, che è anche strada statale, vada a schiantarsi sull'ingresso del locale incendiandosi...
Qui si fermò con tanta tristezza in viso, io abbassai gli occhi in segno d'acconsentimento.
Quindi riproposi gli stessi motivi delicati al signor Cantella che ben capì l'osservazione suggeritami e mi ringraziò ugualmente.
Il Cantella poco dopo aprì il suo esercizio in via Roma ove oggi sorge il panificio Vaccarella.
Nella storia banalissima che ho esposto c'è un seguito poco significativo, ma che dà un forte senso alla mia tesi. Nella successiva primavera ci fu una campagna elettorale e in tali  giorni era costume che gli attivisti andassero a consumare cenette nelle osterie.
Una  mattina un amico che era stato presente ad una di queste, mi chiese se l'oste Cantella fosse mio parente. Risposi di no. Quello, senza far nome, mi disse che un tale aveva parlato male di me e che l'oste gli si era scagliato contro con dure parole in mia difesa.
Poco tempo dopo non vidi più il mio difensore che suppongo sia andato all'estero.
Oggi è difficile che egli possa essere ancora in vita, ma a figli o nipoti che da questi particolari potranno riconoscervi il consanguineo, voglio dire che il loro caro era un gran signore, non perchè difese me con impeto disinteressato, ma perchè egli apparteneva a quella rarissima categoria di persone che non è grata solo ai favori ricevuti ma anche a quelli non ottenuti per ragioni di giustizia e d'umanità.
Il mio sogno resta sempre quello che siano rimasti sulla terra tanti Butera e tanti Cantella, come semi d'una umanità migliore e che, sia pur lentamente, crescano sempre più di numero e riescano a mutare il nostro non lodevole costume.

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 inserita:: 16 Marzo 2013, 21:06:46 
Aperta da Chianu di giugnu - Ultimo messaggio da osvaldo
Chianu di Giugnu, da quanto tempo non ci sentiamo. Tu sei veramente

una fonte di villarosanità, come se fossi vissuta quaggiù. Ovviamente è

la fonte, tuo padre, che ha mantenuto in te viva la memoria del paese

antico. Forse io conoscevo tuo padre perchè da piccolo a Chianu di

giugnu ci abitavano i miei zii Pilotta, angolo via Giannone-Butera; mia

moglie Cosentino angolo via Butera-Poeta. La poesiola mia mamma così

me la ripeteva:

Ninu nanu picuraru
tri piducchi l'assicutaru
l'assicutaru nno m'pagliaru
Ninu nanu picuraru.

 Come vedi nella sostanza è la stessa,
Il sito dei villarosani come avrai visto è quasi morto; ogni tanto vi scrivo

qualcosa, ma i nostri concittadini seguono e collaborano in

www.bellarrosa.blogspot.com
Una tua visita e una collaborazione sono sempre gradite. A risentirci

 6 
 inserita:: 12 Marzo 2013, 22:56:54 
Aperta da Staff - Ultimo messaggio da Chianu di giugnu
Mano sapiente! Brava.

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 inserita:: 12 Marzo 2013, 22:47:28 
Aperta da Chianu di giugnu - Ultimo messaggio da Chianu di giugnu
Buonasera,
vediamo un po' se mi ricordo come si fa...

Titolo: Ninu Ninu picuraru

Ninu Ninu picuraru
tri piducchi 'ndo pagliaru
assicutaru a Ninu Naru
Ninu Ninu picuraru


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 inserita:: 30 Novembre 2012, 10:54:05 
Aperta da un amico al bar - Ultimo messaggio da un amico al bar
L'alunno A. , nonostante richiamato e invitato ad uscire per andare in bagno a sciacquarsi la faccia, al rientro fregandosene della lezione in corso continua a dormire.


La classe ha fatto suonare il telefonino per simulare il suono della campanella.

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 inserita:: 10 Settembre 2012, 21:35:46 
Aperta da osvaldo - Ultimo messaggio da osvaldo
                          PINUZZA

   Non ebbi mai occasione di conoscere personalmente Pinuzza G. e  d'apprezzarne la decantata bellezza,  perchè ero ancora ragazzo ed abitavo in un quartiere lontano dal suo. Però ebbi necessariamente cognizione della sua chiacchierata vicenda perché la crudele canzoncina, che si canticchiava in ogni angolo del paese, era nota persino ad innocenti bambini. Di essa rimasero impresse nella mia memoria  un paio di versi che per decenni risuonavano nelle mie orecchie, forse perchè citavano il personaggio maschile che, anche se solo di vista, conoscevo di già:

   Pinuzza la G. cchi facisti?
   ccu Carminu D. ti nni scappasti...

   Circa vent'anni fa venne a scuola per un certificato di studio una concittadina del mio quartiere, di qualche anno più giovane di me e da tempo trasferitasi in Palermo. Questa, felice di ritrovarsi sia pur di passaggio nella segreteria della scuola che aveva frequentato e a contatto con villarosani, diede la stura ai suoi ricordi che io, avido  di storia popolare, avrei voluto in buona parte registrare al volo.
Al caso di Pinuzza aggiunse qualche altro verso che sono riuscito a serbare nella memoria:

   Cincu mila liri ti li purtasti
   ma o stessu nne tavuli durmisti...

   I pretendenti della giovane erano tanti e di ceti sociali diversi, ma il suo cuore era impegnato ad un giovane avvenente zolfataio, pur egli a me sconosciuto  e che ora indico come Tano. Questi, alla scoppio della guerra, s'aspettava di giorno in giorno il richiamo militare, così propose prima a  Pinuzza e quindi alle rispettive famiglie, d'accelerare i tempi del matrimonio.
   Gli sposini vissero in coppia pochi giorni fin quando giunse l'odiata cartolina.
   Nei primi tempi ogni tanto Tano otteneva una licenza o un breve permesso che faceva per il momento attenuare la tristezza della lontananza. L'unico conforto per i due innamorati rimaneva la corrispondenza epistolare e la quasi matematica certezza che la guerra si sarebbe conclusa di lì a poco, considerate le celeri avanzate degli alleati tedeschi.
   Pinuzza poi per qualche tempo aspettò una lettera che tardava ad arrivare; ogni mattina “si mittiva e talai” per intercettare il postino ed aver subito l'eventuale attesa missiva. Poi per molte settimane allungò invano il collo per scorgere il latore della cartacea felicità; finalmente una mattina, al colmo della tensione, ebbe in mano quanto attendeva.
   Tano raccontava che era stato destinato alla campagna di Russia; avanzava verso est su un lento treno per una ignota e lontanissima destinazione; raccontava alla cara sposa che non c'era nessun paragone con le distanze di Sicilia o d'Italia.
Da quel momento la corrispondenza divenne sempre più rada finchè venne meno per sempre.
   Luglio 1943, gli anglo-americani sbarcano nella  Sicilia centro-meridionale; ci si rifugia nelle grotte e nelle gallerie di  vecchie miniere...
   Erano anni tristi per centinaia di migliaia di spose e madri. Pinuzza non era meno delle altre, anzi per molti animi sensibili di vicine e parenti era considerata una sepolta viva  e nessuno riusciva a farla uscire di casa nemmeno per le feste principali, un funerale o una cerimonia in chiesa.
Addirittura alcuni per vile egoismo auspicavano che Tano non tornasse più, per potere un giorno impalmare la giovane vedova; altri ronzavano intorno alla casetta della sposina per meno nobili motivi.
   Due anni ancora passarono fra le angosce delle attese e le difficoltà dell'esistenza stentata.
   Giunse con la  primavera del 1945 la tanto attesa pace mondiale; a poco a poco giungevano dai lager tedeschi o dai campi di prigionia anglo-americani i militi superstiti, ma di Tano in assoluto nessuna notizia.
   Pinuzza rimaneva sempre più chiusa nel suo tacito dolore.
   Si parlava dei circa ottanta mila prigionieri italiani dispersi nelle steppe dell'URSS e i familiari di Pinuzza si sforzavano in ogni modo di non far giungere tali notizie alla sposina sempre più sconsolata e chiusa nella sua pena.
   Molti giovani del paese cumu lapuna gironzolavano in ogni ora del giorno e della sera intorno alla casa della giovane al centro della loro attenzione, sperando di intravederla e, in un modo o l'altro, farle conoscere, sia pur con una semplice attenzione d'un incrocio d' occhiate,  la loro più o meno onesta intenzione. Altri speravano nell'intermediazione di qualche amica e arrivavano persino a proporre un'unione di fatto dal momento che i tempi della morte presunta rimanevano lontani.
   Di certo non mancavano le anime buone che si dolevano delle afflizioni della poveretta, ma la loro comprensione non faceva, per nulla, proseliti nel vicinato.
   Nel rione abitava Carminu D., baldo giovane  meno maturo dell'avvenente Pinuzza; egli tempo dopo  avrebbe sposato una gioviale coetanea dalla quale ebbe bei figlioli, la più giovane dei quali vive in atto a Villarosa.
   Una di quelle tristi mattine del tardo dopoguerra si sparse  la voce  che Carminu non si vedeva in giro da qualche giorno. Invece di chiedere alla notizie alla famiglia si cominciò a creare una piccante storia di fuga d'amore, di na fujtina.
Subito le ciarliere del quartiere si misero all'opera e crearono un'orecchiabile canzoncina impietosa con nomi e cognomi che ebbe la “fortuna” che non meritava.
Ancora oggi miei coetanei, e forse altri, più giovani, canticchieranno:

Pinuzza la G. cchi facisti?
ccu Carminu D. ti nni scappasti...
Cincu mila liri ti li purtasti
ma o stessu nne tavuli durmisti...

eccetera,           eccetera...

   Pinuzza  vittima vivente di due guerre, della Mondiale e di quella di Cortile, lasciò, di notte e per sempre, l'ingrato paese.

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 inserita:: 22 Maggio 2012, 09:31:01 
Aperta da un amico al bar - Ultimo messaggio da un amico al bar
250° anniversario della fondazione di Villarosa
Una festa senza festa

Il 10 Aprile 2012 si è celebrato il 250° anniversario della fondazione del nostro paese. Questo evento suggerisce numerose considerazioni.  La prima che mi viene in mente riguarda le origini, quando nel 1761  il nome di San Giacomo di Bombinetto venne modificato  in Villarosa,in omaggio alla pittrice ed architetto nissena Rosa Ciotti e quando, nel 1762, l'attuale centro nacque grazie all'opportuna licentia populandi,  ad opera del nobile Duca Placido Notarbartolo.  Diciamo la verità, immersi come siamo in una società che “consuma”così rapidamente gli eventi, da mandarli nel dimenticatoio dopo qualche settimana se non dopo pochi giorni, un fatto accaduto 2 secoli e mezzo fa pare appartenere ad un’era preistorica. Ma così non è, perché pur con i suoi 250 anni, Villarosa è un paese giovane. Giovane ma temprato. Da cosa?  Dalla difficile e spesso drammatica transizione da paese contadino con tassi di analfabetismo superiori al 90% della popolazione e di mortalità tra giovani e giovanissimi a paese scolarizzato dove ogni famiglia non deve più piangere qualcuno dei suoi piccoli portati via dalla fame o dalle malattie. Temprato, ancora, dalla partecipazione a due guerre mondiali e dal loro lascito di macerie materiali e morali.  Guerre a cui anche le nostre donne, i nostri ragazzi, i nostri uomini hanno dato il loro contributo a vario modo,  molto spesso rischiando e perdendo la vita   e se non quella, tutto quello che in una vita erano riusciti a mettere da parte, affinché la libertà e la democrazia tornassero ad abitare le nostre terre.  Un’altra considerazione riguarda la discussione sull’anniversario. Essa andrebbe messa al riparo da due rischi, opposti per quanto simmetrici: una generica retorica che tralascia le questioni e i nodi che pure esistono ed un’inconcludente lamentazione. L’una e l’altra “pista” non aiuterebbero il paese a celebrare il suo 250° compleanno ed a preparare i prossimi …250 anni, cioè a guardare con la mente sgombra da paure e da pregiudizi come rispondere a vecchie e nuove sfide.   Un’ultima, brevissima, annotazione: registro con rammarico quanto poco - giovani e meno giovani – sappiano e conoscano della nostra storia, degli uomini e delle vicende che hanno accompagnato la nascita del paese e poi la sua esistenza, le tappe gloriose e gli episodi ingloriosi. Servirebbe uno sforzo corale delle istituzioni e di tutte quelle “agenzie”che incrociano la formazione e l’informazione delle nuove generazioni per porre rimedio a questo deficit che rischia di avere riflessi negativi anche su quello che, con linguaggio forse non di moda, è l’amore per il proprio paese.  Ancora più grave è il fatto che di fronte alla valutazione dei 250 anni dalla nascita del nostro paese è venuta a mancare una riflessione sul nostro futuro collettivo. Tutti gli occhi sono rivolti al passato con l’orgoglio di quello che abbiamo fatto. Di anni a venire non si parla. Al massimo si prevede una triste prosecuzione dei mali presenti. Questa nostra società narcisistica che vive di solo presente o di malinconica nostalgia ha rimosso il futuro e la cosa che più preoccupa è che ciò è stato fatto da tutti noi. Ecco perché è inevitabile che il futuro non entri nei nostri discorsi. Se infatti il 250° anniversario è considerato come un evento “una tantum”, solo da ricordare, allora si mette in ombra il processo di evoluzione di ognuno di noi. Così se questo evento è un traguardo perseguito da pochi si mette in ombra il fatto che esso ha coinvolto e coinvolge migliaia di persone in continua evoluzione.  Ormai è noto a tutti che noi siamo andati avanti, in questi due secoli e mezzo, non su modelli costruiti come la programmazione, ma su una disordinata vitalità di base e grazie ad un popolo che lavorando sodo ogni giorno è uscito dalla povertà ed ha costruito uno sviluppo collettivo impensabile. Ed è questa profonda forza vitale che costituisce l’eredità che l’attuale generazione deve trasmettere alle prossime. Non perché la conservino tale e quale, ma perché la trasformino in libertà di costruire l’avvenire. Sapendo che essa è declassata spesso in patologica soggettività dell’individuo;  sapendo pure che nel nostro collettivo ci sono tutte le risposte alle nostre domande. Da esso proveniamo e su di esso ci giochiamo il futuro.
Auguri, Villarosa                                                             Un amico al bar



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Comune di Villarosa (Provincia di Enna - EN) -C.A.P. 94010- dista 101 Km. da Agrigento, 29 Km. da Caltanissetta, 117 Km. da Catania, 20 Km. da Enna, alla cui provincia appartiene, 213 Km. da Messina, 141 Km. da Palermo, 165 Km. da Ragusa, 192 Km. da Siracusa, 240 Km. da Trapani. Il comune conta 6.162 abitanti e ha una superficie di 5.501 ettari. Sorge in una zona collinare, posta a 523 metri sopra il livello del mare. L 'attuale borgo nacque nel 1762 ad opera del nobile Placido Notarbartolo. Fu sempre centro economico molto attivo, in particolare nel XIX secolo quando vennero rese funzionanti numerose miniere zolfifere presenti su tutto il territorio. Nel settore dei monumenti è importante ricordare la Chiesa Madre del 1763 dedicata a S. Giacomo Maggiore. Rilevanti sono pure Il Palazzo S. Anna, il Palazzo Ducale e l'ex Convento dei Cappuccini entrambi del XVIII secolo.