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Autore Discussione: Personaggi tipici del passato  (Letto 14658 volte)
osvaldo

Gruppo: Villarosano DOC
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Messaggi: 230


« inserita:: 06 Novembre 2007, 20:37:48 »

Di Momò sono tante le persone mature e gli anziani in particolare che ricordano la figura di questo nostro concittadino. Quanto racconto io sono una parte minima delle sue "sparate".
Vincenzo De Simone ci ha tramandato delle figure più o meno belle del passato, che sarebbero state spazzate via dall'inesorabile ramazza del tempo, se egli non li avesse tramandati con i suoi libri. Ovviamente la figura di Momò non è l'unica dello scenario villarosano. Io invito tutti a partecipare alla discussione e al confronto senza eccedere ed offendere le memorie e la sensibilità delle controparti. Nel caso in questione gli eredi non hanno da vergognarsene, di certo.
Ecco il mio testo:
                                                                     MOMÒ

Momò, uomo dallo spirito bizzarro ma allegro, fu una simpatica macchietta amata da tutti i villarosani: egli apparteneva a quella rara categoria di persone che con una battuta riescono a dissolvere tensioni e a sdrammatizzare accesi contrasti.
Era sempre allegro e pronto ad ogni facezia; non lesinava, a quanti lo stuzzicavano, un frizzo che talvolta poteva essere anche piccante, ma sempre bonario e mai foriero di turbamenti o di serie complicazioni.
La sua attività, alquanto varia, era difficilmente catalogabile, si potrebbe dire con termine un tempo molto in uso, un industrioso.
 Una volta, andato al Comune per rilascio della tessera d’identità, all’impiegato che gli chiedeva che mestiere esercitasse, rispose: carriolante.
Il funzionario gli fece notare che non esisteva un tale mestiere; Momò continuava ad insistere che era noto a tutti che egli lavorava con la carriola, non potendosi permettere l’acquisto nemmeno d’un asino zoppo.
Solo per far contento l’impiegato trovò nel suo vocabolario un’altra qualifica: abbracciante. L’impiegato con somma pazienza corresse la dizione con bracciante; e sempre l’altro ad insistere col termine appena appena da lui coniato.
L’addetto all’anagrafe irritato e spazientito esplose:
 - Ma insomma che cavolo abbracci!
Finalmente Momò spiegò che lui faceva il mestiere di abbracciarsi tutti i lavori che gli capitavano.
Dopo qualche tempo ebbe la fortuna di riuscire a mandare ad effetto l’antico sogno della proprietà d’un asino, confacente mezzo per tutti gli umili lavori che egli poteva abbracciarsi.
Momò spesso non era lui a creare le condizioni d’ilarità, ma era la realtà che si adattava al personaggio. Egli non ebbe né colpa né merito se u so sceccu divenne presto l’asino più noto di Villarosa, anzi l’unico in assoluto ad avere popolarità; non aveva nome ma era per tutti u sceccu di Momò.
Il quadrupede, poverino, era del tutto ignaro di quello che succedeva intorno a lui: era semplicemente una normale giovane bestia con le pulsioni comuni a tutti i maschietti d’una certa età giovanile. La sola differenza tra il quadrupede in questione e gli altri suoi simili, era quella che questi ultimi esercitavano le loro mansioni in campagna, dove liberamente ragliavano e sciorinavano le loro naturali erezioni, fra persone noncuranti di tali fenomeni naturali perchè interamente dedite al duro lavoro della campagna. Al contrario le stesse performances dell’asino di Momò erano, senza malizia e volontà, all’esposizione di tutto il paese perché era lì che il povero animale esercitava i suoi umili compiti, per le vie e le piazze, e alla vista di sfaccendati smanciusi, che, al verificarsi di tale spontanea quanto involontaria manifestazione, ne approfittavano per stuzzicare il padrone della bestia, che in verità rispondeva a tono come di consueto, a chi dando e a chi promettendo, senza minimamente scomporsi.
Momò non era il tipo di appagarsi che, per tutta la stagione degli amori dell’ignaro  somaro, si ripetessero fino alla stanchezza queste reiterate scaramucce verbali, che, per quanto congeniali alla sua natura, oramai gli risultavano sciocche e ripetitive.
Intanto Momò non era il tipo di dire semplicemente: - Ora basta, mi sono stufato! Egli sapeva che sarebbe stato perfettamente inutile.
Una radiosa mattina di primavera per le strade di Villarosa u sceccu di Momò offrì uno spettacolo sorprendente.
Bestia e Momò avanzavano più imperterriti del solito. Questi conduceva il suo animale per la cavezza (era suo costume costante non cavalcarlo) e da dove passavano suscitavano risate e i ragazzini gli andavano dietro con grande schiamazzo.
Momò procedeva imperturbabile, l’asino invece era un po’ impacciato nei movimenti, per via di un mutandone raffazzonato alla meglio che gli nascondeva natiche e genitali.
Si rise per l’ultima volta delle esibizioni erettili dell’asino di Momò, ma l’episodio è rimasto memorabile fra quelli che vissero, per merito della loro età, quei momenti.
Questi episodi sono i pochi che ricordo;  i maturi nostri concittadini ne sapranno altri altrettanto gustosi. Spero che essi affioreranno e che insieme ai presenti non saranno affossati dall’ obliosa polvere del tempo.
Fra i più svariati piccoli incarichi che i cittadini affidavano a Momò c’erano i piccoli trasporti; specialmente i commercianti lo incaricavano di portare all’Ufficio daziario le mercanzie soggette a tale imposta: qui venivano pesate e si pagava per avere la bolletta liberatoria, necessaria all’avvio della vendita al minuto.
In quell’Ufficio si può dire che Momò era di casa; quando arrivava lui l’atmosfera cambiava d’incanto, s’instaurava uno spirito di vivacità, di botta e risposta tra lui e gli agenti. Poi, a parte la piacevole ilarità, suscitava momenti di sereno relax.
I cittadini di tutto il mondo, si sa, sono stati e sempre sono restii a dichiarare tutte le loro entrate, per cui i dipendenti di quell’ Ufficio, oggi non più esistente, avevano, per loro carattere istituzionale, il vizietto di mettere il naso negli affari degli altri per regolare i loro. (1)
Nei primi anni ’50, giunse da Enna in Villarosa un nuovo direttore dell’Ufficio ben risoluto a far crescere, e di molto, le entrate dell’I.N.G.I.C. del nostro Comune, di conseguenza cominciò col prendere contatto con le sue conoscenze villarosane per avere notizie riservate sui probabili evasori del dazio. Ritenne pure che sarebbe risultato un ottimo informatore l’onnipresente Momò che dal buontempone che era lo vedeva capace di intrufolarsi nel mondo dei commercianti, dei macellai, dei privati che scannavano un animale per uso strettamente familiare, degli allevatori di bestiame, …
Così con mal celata cautela, suggerì a Momò che gli sarebbe stata ben gradita una sua collaborazione atta a fargli scoprire i furbi che volevano sfuggire al pagamento dell’imposta di consumo.
 Momò rimase nauseato per la infame proposta che riteneva meschina in quanto rivolta ad uno, amante sì dello scherzo, ma che mai e poi mai avrebbe fatto il delatore; fra sé disse : - Talè stu crastu!... M’ha pigliatu ppi ‘nfami!
Stava per reagire di botto e per le rime, quando si trattenne progettando di riva-lersi quanto prima, e  rendere pan per focaccia, con uno dei suoi soliti tiri mancini.
Qualche giorno dopo, Momò, infilate le redine del somaro nell’anello di ferro fissato sul muro accanto alla porta dell’ufficio e messa la coffa con la paglia davanti al ciuco per farlo star calmo per un po’, prese con fare misterioso al braccio il Direttore, eludendo l’attenzione degli altri agenti, e se lo portò alla periferia del paese. In una certa via sconosciuta al nuovo dirigente del dazio, gli indicò una porta e gli disse che lì una donna vendeva baccalà senza pagare dazio alcuno.
Gli spiegò che la porta era aperta per far entrare i clienti; bastava solo spingerla dolcemente. Date tutte le istruzioni Momò se la squagliò.
Il dirigente si guardò intorno circospetto per non farsi notare e per non sciupare l’effetto sorpresa. Poi, quatto quatto, s’avvicinò alla porta che cedette alla leggera spinta; prima entrò e poi, quando si fu abbastanza inoltrato, e, non trovando come s’aspettava bancone e bilancia, cominciò a chiedere sommessamente per pura forma-lità:
- C’è permesso?...   C’è permesso?...
Fintanto che non si faceva vivo nessuno, cominciò ad annusare come un cane da caccia in tutti gli angoli, agli sportelli d’un antico armuarru, d’una credenza tinta a smalto, sotto un divanetto scassato, dietro una tendina che copriva varie pentole e un cucinotto con annessa bombola Pibigas...
Armeggiando fra le masserizie produsse inevitabilmente rumori metallici…
Una voce roboante fece sussultare il segugio umano:
 - Cchi vva circannu…?
Quando il solerte funzionario si girò di scatto, si trovò davanti un donnone, con vistoso  trucco al viso e labbra pittàti d’un rosso sgargiante, che l’apostrofò:
- Ah?! Lei jè direttù?.... Ma cchi va circannu cca?
L’ indagatore di baccalà si meravigliò che una popolana d’un quartiere lontano dal suo ufficio di già lo conoscesse, ma sorvolò; al momento urgeva scovare pale e stoccafissi…
Così dopo il primo momento di smarrimento, riprese a gironzolare oltre  la prima stanza all’ingresso, nell’altra dove era sistemata una insolita camera da letto, che gli fecero affiorare alla mente certi luoghi che altrove lui aveva frequentato.
La donna lo seguiva in silenzio, tranquilla, nella piena consapevolezza che si-curamente ciò che al momento sfuggiva alla sua comprensione non la riguardava affatto.
Una cosa era certa: non aveva nulla di cui temere da quel genere di sbirri…
Il dirigente si muoveva con la sicurezza di chi avesse esibito un ordine di per-quisizione firmato dal giudice e s’aspettava di trovare da un momento all’altro la mercanzia gravata di dazio. Ma la casetta era tutta lì, non c’era più nulla da rovistare…
La padronanza di nervi della padrona di casa dava uggia e impaccio al solerte capoufficio che vedeva in quell’atteggiamento placido e paziente un sicuro indizio di colpevolezza difficile da dimostrare, perciò decise di prendere di petto la donna e, con autorità e tono minaccioso, sbottò:
- Dove tiene nascosto il baccalà! … Parli! Ci sono testimoni che confermano che qui c’è del baccalà da sdaziare!... Confessi prima che io chiami i carabinieri!
La donna, scoppiando in una larga grassa risata, alzò la succinta veste ed espose, al funzionario rimasto impietrito, le sue pudende … e poi gridò:
- Tuttu cca jè! ... Cchi ffa, mi lu voli sequestrari?

(1) A margine del nostro racconto, per far capire ai giovani qual era l’ aria che tirava in antico sull’ argomento “dazio”, si pensi al fatto che gli abitanti d’un paese dell’interno siciliano sono chiamati dai circonvicini annàca truj, perché si racconta che una volta gli agenti del dazio irrompendo in una casa d’agricoltori, dov’era stata appena macellata di sgarru una maialina, trovarono invece una donna seduta che annacàva sulle gambe il “figlioletto” ammalato, coperto d’un ampio scialle. Con questo escamotage riuscirono a salvarsi dal sequestro del macellato e dal pagamento della salatissima multa, ma  acquisirono per sé, per i compaesani tutti e per i tempi a venire, quell’antipatico nomignolo.

 
« Ultima modifica: 04 Dicembre 2008, 21:51:16 da osvaldo » Registrato

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« Risposta #1 inserita:: 06 Novembre 2007, 21:04:22 »

grazie osvaldo per aver descritto personaggi e storie che appartengono a villarosa ed ai villarosani. di sicuro sei a conoscenza di altre storie e personaggi caratteristici del nostro paese: metti a disposizione di tutti la tua memoria storica!!!!
sei uno degli utenti più "anziani" e sicuramente più colti (senza ca nuddru si siddria...) che frequentano questo portale; da giovane innamorato del proprio paese spero che tu continui con altre iniziative del genere: ti aspetto (anzi..ti aspettiamo).

mi permetterei di darti solo un consiglio: per venire incontro agli utenti "stranieri", emigrati da tempo e che si trovano più a loro agio con il siciliano che con l'italiano aulico, dovresti usare parole più semplici.

grazie di tutto (e scusa x il consiglio)
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« Risposta #2 inserita:: 06 Novembre 2007, 22:58:40 »

la storia di momo, alimenta una liason a giufà, con dei distinguo, ma è pur vero che in un paese come quello di villarosa ai tempi di momo, ricco di vita, di gente, di scambi
era normale che nascesse una leggenda cosi

grazie del racconto,

ma una domanda, scusa, ma momo, è stato sempre momo? da dove veniva, chi era, di cu ci dicivanu....
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« Risposta #3 inserita:: 06 Novembre 2007, 23:15:44 »

bello e ben raccontato!  Buono!
Grazie OSVALDO.
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« Risposta #4 inserita:: 07 Novembre 2007, 02:15:45 »

Meraviglioso!
Non ero assolutamente a conoscenza di ciò, di conseguenza va un sentito ringraziamento ad osvaldo.
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« Risposta #5 inserita:: 07 Novembre 2007, 12:09:34 »

Complimenti vivissimi ad Osvaldo! Continua a stupirci con i tuoi racconti in modo da condividere la memoria storica con tutti gli utenti di Villarosani.it.

Grazie mille per il tuo apporto!
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« Risposta #6 inserita:: 07 Novembre 2007, 12:17:40 »

Devo fare i miei complimenti a Osvaldo.....

Chiederei di continuare a raccontarci le sue emozioni del passato.... Applauso
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È felice chi, giorno per giorno, può dire: ho vissuto!

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« Risposta #7 inserita:: 07 Novembre 2007, 12:42:56 »

Mi ricordo di lui aveva un animale... "a scecca do zi momo" quanti anni che sono passati...Bravo Osvaldo illuminaci dei ricordi passati yahoo yahoo Grande! Braaavo!
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« Risposta #8 inserita:: 07 Novembre 2007, 14:15:17 »

Caro Osvaldo,
grazie per aver portato la tua colta ilarità nel nostro portale. Hai mai pensato di scrivere un libro con i racconti di Momò e altri esilaranti personaggi del nostro paese? Sarebbe veramente un progetto interessante.
Ancora complimenti per le tue doti narrative. Sembrava di essere lì con Momò mentre leggevo delle sue (dis)avventure.
Continua così, sei troppo  Grande!
 Braaavo!
« Ultima modifica: 07 Novembre 2007, 14:16:50 da golden_star » Registrato

La vita è fatta di rarissimi momenti di grande intensità e di innumerevoli intervalli. La maggior parte degli uomini però, non conoscendo i momenti magici, finisce col vivere solo gli intervalli.

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« Risposta #9 inserita:: 07 Novembre 2007, 19:20:53 »

Avevo dieci anni, e mi ricordo do zi momo e do so sceccu.Lui abbitava o ponti caramanna scinninnu a destra e so anche il suo nome di famiglia,conoscevo i suoi fratelli uno u zi turiddu u cartanittisi abitava vicino casa mia.Ricordo il suo asino con gl'occhiali e la cassetta dietro la coda per non far cadere a grassura per terra gli ultimi anni lo vedavamo che vendeva frutta e legumi.Mi sa che poi se non mi sbaglio era molto triste per la morte del figlio morto a causa di un incidente col trattore,é stato un personaggio di villarosa se vedo sua nipote mi faro`raccontare qualche altra cosa.
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« Risposta #10 inserita:: 08 Novembre 2007, 08:10:07 »

bravo caluzzu racconta anche tu Applauso
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« Risposta #11 inserita:: 08 Novembre 2007, 08:54:48 »

 Applauso Applauso grazie x i vostri racconti
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« Risposta #12 inserita:: 26 Novembre 2007, 19:27:24 »

Complimenti osvaldo perchè mi hai fatto conoscere un personaggio Villarosano di cui non avevo mai sentito parlare prima d'ora!!!  Buono!  Applauso
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« Risposta #13 inserita:: 06 Febbraio 2008, 00:06:58 »

                                           CCI MITTISTI NNA CICAREDDA?

Quella da cicaredda è una storiella con tanti padri. Mia nonna diceva ch’era successo ad un suo zio, ma altri giurano ch’era successo o so nannu o  so catanannu.Lasciamo perdere a chi è capitato e veniamo al fatto.
Forse i giovanissimi non sapranno più cos’è a cicaredda. È il diminutivo di cìcara: una parola greca che è rimasta in vita in Sicilia per 2500 anni e che in pochi decenni è sparita dal lessico siciliano, spazzata via dall’avvento della lingua nazionale che si è affermata maggiormente, più che per merito della scuola, con l’avvento del cinema prima e della televisione poi. Ancora, in gran parte a Palermo e dintorni, a Cicaredda è il nome di ritrovi culinari.
A cicaredda è la tazza, il cui servizio completo allora si teneva ‘n capu o cantaranu.
Un signore di Villarosa, chiamiamolo don Peppino, perché nome assai diffuso tra noi ed anche perché Pippinu era l’eroe de’cunti di Villarosa.
Don Peppino era stato un commerciante di vini e proprietario terriero. Era un uomo arrivato; s’era ritirato dal commercio e badava a far coltivare le sue chiuse e sbrigava qualche faccenduola familiare a tempo perso.
Aveva un cugino più giovane di lui che più che povero era stravortu, incapace di gestire il poco che aveva, spendendolo presto e male, rimanendo all’asciutto spesse volte. Lo chiameremo Jabbicu.
Questi, ogni qual volta ch’era nel bisogno ricorreva a suo cugino per farsi prestare le solite cinque lire. Quel taglio di moneta era in quel tempo della grandezza dell’odierno euro, ma d’argento; io me le ricordo a mala pena perché scomparve al primo accenno d’inflazione conseguente all’ultima guerra mondiale. Era una sommetta apprezzabile, corrispondente più o meno al salario giornaliero d’un operaio
Qualche volta Jabbicu fingeva di dimenticare il suo debito.
Don Peppino faceva finta di niente, ma un giorno riflettendo sulla circostanza giunse alla conclusione che quello screanzato  avrebbe potuto pensare ch’egli, più maturo d’anni rispetto a lui, fosse diventato smemorato: la qual cosa non gli garbava affatto.
Alla prima occasione che Jabbicu andò per le solite 5 lire, Peppino gli disse di prendersele da sotto a cicaredda a manu manca ca jera ‘n capu u cantaranu.Questa novità non persuase Jabbicu e così, nell’incertezza, si sforzò per qualche tempo di essere più puntuale nella restituzione.
Don Peppino da quel giorno non toccò più le 5 lire che gli venivano restituite; pregava ogni volta il cugino di rimetterle dove l’aveva trovate  o alla successiva richiesta di prestito di prenderle dalla solita cicaredda.
Un giorno Jabbicu si presentò per il prestito delle solite 5 lire d’argento, Peppino gli indicò come d’ abitudine a cicaredda e il primo, dopo aver guardato dentro, con un fil di voce gli rispose che era vuota.
Al che Peppino gli chiese: - Cciu mittisti tu u cincu liri nna cicaredda?Come finì la storia non lo sappiamo, riteniamo che forse Jabbicu si sforzò un poco ad essere più puntuale e che il cugino Peppino, dal saggio uomo qual era, capì che lo scriteriato, a cui in fondo voleva bene, non poteva cambiare natura: gli volle solamente dare quella piccola lezione, perché non credesse che il parente anziano fosse diventato un rimbambito.
La battuta è rimasta nel linguaggio di Villarosa ed ogni tanto ancora la sento ripetere, ma la morale della favola è assai chiara e si può applicare a tante altre situazioni della vita.
Ad esempio ricordo con commozione un amico scomparso da qualche anno che, volendo  abbordare qualche ragazza (erano altri tempi!), si lamentava della ritrosia delle compaesane. Sfiduciato, era solito dire che le villarosane nun ci mittivanu nenti nna cicaredda.
Forse il difficile era lui, perchè infine l’amore lo trovò, in un paese d’altra provincia.
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« Risposta #14 inserita:: 06 Febbraio 2008, 18:14:07 »

grazie 1000,per lo splendido racconto! Applauso
lo conoscevo già,ma aver la possibilità di poterlo rileggere fa sempre piacere......è come rivivere un racconto dei propri nonni!
sono storie di un passato a volte sconosciuto ma affascinante da scopire
ancora complimenti e grazie
 Grande!
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Comune di Villarosa (Provincia di Enna - EN) -C.A.P. 94010- dista 101 Km. da Agrigento, 29 Km. da Caltanissetta, 117 Km. da Catania, 20 Km. da Enna, alla cui provincia appartiene, 213 Km. da Messina, 141 Km. da Palermo, 165 Km. da Ragusa, 192 Km. da Siracusa, 240 Km. da Trapani. Il comune conta 6.162 abitanti e ha una superficie di 5.501 ettari. Sorge in una zona collinare, posta a 523 metri sopra il livello del mare. L 'attuale borgo nacque nel 1762 ad opera del nobile Placido Notarbartolo. Fu sempre centro economico molto attivo, in particolare nel XIX secolo quando vennero rese funzionanti numerose miniere zolfifere presenti su tutto il territorio. Nel settore dei monumenti è importante ricordare la Chiesa Madre del 1763 dedicata a S. Giacomo Maggiore. Rilevanti sono pure Il Palazzo S. Anna, il Palazzo Ducale e l'ex Convento dei Cappuccini entrambi del XVIII secolo.