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Autore Discussione: I drammi dell'emigrazione  (Letto 28102 volte)
osvaldo

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« Risposta #15 inserita:: 30 Agosto 2008, 19:30:58 »

                                                                     CÀRMINA

I concittadini d’età intorno alla mia e specialmente se cresciuti nel rione Cavour, zona “Cozzo” e “Vasca”, si ricorderanno della figurina gracile e sdentata di Càrmina, detta a Camiola.
La sua espressione semplice ed indifesa tradiva una condizione di minorazione psichica.
Viveva in un catujiu, che aveva riempito di bacinelle e vasi da notte di ferro smaltato che la gente buttava per via dei buchi che l’usura e il tempo vi avevano praticato: poverina trovava uno spreco tutta quella roba buttata via!
Era sempre in giro in cerca di qualcosa da mangiucchiare e da raccogliere.
Mia nonna si serviva di lei per qualche semplice commissione, tanto per farla sentire in qualche modo utile.
Giunse la guerra, la situazione alimentare era tristissima, ma a Càrmina, sola al mondo, non mancò l’essenziale che era assolutamente minimo.
Non era vecchia la sventurata ma lo stato d’abbandono generale la faceva apparire tale.
Negli ultimi tempi della sua esistenza, la si vedeva appoggiata ad un muro a rimettere quanto teneva nello stomaco. Si pensò che la causa fosse dovuta semplicemente all’ingerimento di cibi guasti.
Le vicine di casa appena una mattina non la videro uscire come d'abitudine temettero il peggio ed informarono le autorità; fu trovata morta.
La fine di Càrmina dispiacque a quanti la conobbero.
Fu in quell’occasione che mia nonna ci raccontò la triste storia della sventurata.
Era l’ultima nata d’una famiglia povera, i fratelli tentarono la fortuna negli USA quando la bimba era molto piccola e pertanto non furono in grado di valutarne l’insufficienza mentale.
Càrmina cresceva bella nei lineamenti ma trascurata in tutto il resto.
Rimase orfana adolescente e si arrangiò come poté, senza chiedere soccorso ai fratelli.
Un giorno il postino consegnò a Càrmina una busta. Corse dalla vicina che si mostrava più premurosa nei suoi riguardi; quest’altra poverina era pure analfabeta, ma trovò l'ardire d’affrontare una signora d’altra condizione che sapeva leggere e scrivere.
La busta oltre alla lettera conteneva una grossa banconota in dollari.
Nella lettera era spiegato che un loro amico polacco, intendeva prendere in moglie una brava donna siciliana, perché le americane non erano adatte a gente modesta quali gli immigrati.
Chiedevano pure una fotografia per mostrarla al futuro sposo.
Tutto il vicinato si mise a disposizione racimolando pezzi di varie stoffe per rabberciare un abito degno d’un futura sposa americana; la portarono quasi di peso presso lo studio del fotografo don Salvatore Profeta, che era maestro nel ritocco.
Il risultato fu l’effige d’una splendida damina che ammaliò il futuro sposo solo a vederne l’immagine sulla carta.
I fratelli si fecero carico di tutte le spese e giunse il momento che Càrmina fu rilevata da loro al porto di New York.
La mancanza del minimo di vivacità fu addebitata alla timidezza, al nuovo ambiente del tutto differente da quello del Centro-Sicilia e alla mancata conoscenza della lingua inglese da parte della giovane.
I fratelli a ripetere che col tempo si sarebbe “sfacciata”, lo sposo a sperare che imparasse presto la lingua. Intanto se n’ era innamorato ancor più solamente a vederla, perché vigeva anche nel Nuovo Mondo la regola siciliana che la promessa sposa non si poteva nemmeno sfiorare.
Le nozze furono celebrate con lo sfarzo che poteva addirsi ad emigranti.
Passarono molti mesi e giorno dopo giorno le speranze apparivano sempre più deludenti; si fece strada nella loro mente il sospetto che i motivi erano ben altri.
Lo sposo la ripudiò; i fratelli la rimisero sul bastimento, per l’Italia.
Penso che essi si saranno ricordato ogni tanto di mettere qualche dollaro in una busta, ma allo scoppio dell’ultima guerra, divenuta l’Italia nemica degli USA, il modesto sussidio si esaurì di necessità.
« Ultima modifica: 31 Agosto 2008, 13:08:27 da osvaldo » Registrato

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« Risposta #16 inserita:: 31 Agosto 2008, 08:06:37 »

osvaldo anche questa storia é molto bella ed é molto triste,non conoscevo questa storia ma leggendola ho provato una grande pena per questa donna.In quando ai fratelli,secondo me hanno fatto una azione di miserabili a rimandare la sorella indietro.Ma DIO fraprà giudicare anche per questo ai figli di questi uomini.
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« Risposta #17 inserita:: 31 Agosto 2008, 14:09:35 »

Ringraziamo Osvaldo per le testimonianze che ci regala. Braaavo!
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« Risposta #18 inserita:: 31 Agosto 2008, 18:29:14 »

Ringraziamo Osvaldo per le testimonianze che ci regala. Braaavo!

Niki chiedi a tua mamma che abitava più o meno in quella zona se si ricorda della povera Càrmina a Camiola.
« Ultima modifica: 31 Agosto 2008, 19:08:27 da osvaldo » Registrato

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« Risposta #19 inserita:: 31 Agosto 2008, 19:12:57 »

osvaldo anche questa storia é molto bella ed é molto triste,non conoscevo questa storia ma leggendola ho provato una grande pena per questa donna.In quando ai fratelli,secondo me hanno fatto una azione di miserabili a rimandare la sorella indietro.Ma DIO fraprà giudicare anche per questo ai figli di questi uomini.
La sensibilità di Caluzzu è ammirevole e a  prima vista gli si può dare piena  ragione. I veri intimi motivi ci sono ignoti e tali resteranno per sempre.
Ogni emigrante è uno sradicato, ma quello che arriva giovane, si trova un lavoro  soddisfacente e remunerativo, si forma una famiglia e si adatta presto; gli rimane  solamente nel cuore un'immensa nostalgia, che solo possono capire quanti la  provano. Una casa linda con servizi igienici e un'alimentazione abbondante può soddisfare  una persona diciamo normale, ma quella poverina era al suo paese figlia della  strada, era in pace con tutti e tutti la rispettavano; persino gli eterni  cretini, che erano soliti disturbare gli handcappati, non osavano fare dispetti a una poverina come Càrmina.
Il rione del Cozzo era il suo mondo; il resto non la interessava. Era in America  un pesce fuor d'acqua, un uccello in una gabbia dorata...
Sempre per stare sul tema, ma con una persona del livello mentale superiore rispetto alla  poverina: circa 50 anni fa un nostro concittadino, ancora vivente, fu richiamato  negli USA dal fratello del padre che era senza figli e ne voleva fare il suo erede. Tutti a Villarosa lo reputammo fortunato, ognuno in cuor proprio ne invidiava quella possibilità, perchè era il tempo della vita dura qui in Sicilia  e negli USA non si poteva andare facilmente così come in Belgio.
Qualche anno dopo lo vedemmo tornare: non si seppe adattare agli usi di quel Paese.
Riprese la vita di prima: la vecchia casa di contadini, il mulo, la sua piccola tenuta che gli permetteva solamente un tenore di vita molto modesto. Però era il suo mondo e  lo scelse con piena convinzione per il resto della sua esistenza.
Questo cittadino è stato ed è sempre considerato una persona normale, anche se ancora discutiamo sulla sua scelta; ora immaginiamo Càrmina alla quale cognate e  fratelli non avrebbero mai e poi mai consentito di riempire la casa di vacìla e  rinala sfunnati.
Per ognuno di noi è bello ciò che piace e l'umano giudizio è quasi sempre fallace. Se non possiamo giudicare al presente, immaginiamo come possiamo essere infallibili a quasi cento anni dal fatto raccontato.
Non per niente Gesù disse: NON GIUDICARE.

« Ultima modifica: 31 Agosto 2008, 23:36:03 da osvaldo » Registrato

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« Risposta #20 inserita:: 31 Agosto 2008, 19:58:04 »

la storia oltre a essere toccante mette in evidenza un problema comunissimo tra gli emigranti: conoscenza dell'inglese; a riguardo avevamo parlato dei molti cittadini USA che oggi hanno un cognome VILLAROSA;


invece chiedo a osvaldo di confermarmi un racconto, un'abitudine comune tra molti emigranti di portare con se o di chiamare in USA le mamme o i genitori in genere;

a inizio secolo i nostri paesani avevano il problema di seguire i figli lavorando in due o avendo un attività a cui sovraintendere.........


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« Risposta #21 inserita:: 01 Settembre 2008, 18:15:31 »

invece chiedo a osvaldo di confermarmi un racconto, un'abitudine comune tra molti emigranti di portare con se o di chiamare in USA le mamme o i genitori in genere;
a inizio secolo i nostri paesani avevano il problema di seguire i figli lavorando in due o avendo un attività a cui sovraintendere.........
Non mi risulta, tranne il caso Blandino di cui ho trattato, che i genitori siano andati negli USA appresso ai figli; il divario culturale era enorme e i figli sapevano che i loro genitori ne avrebbero sofferto. Blandino era un vecchio capomastro intelligente e valido, eppure ne risentì, ma non al punto di disperazione e di soffrire la noia, era felice di stare vicino a figli e nipoti. I genitori di figli affettuosi godevano del benessere americano per via delle rimesse. Sentivo parlare di mastru Pippinu, il compare di Gnaziu di "Tranne qualche volta in campagna", che si vantava di essere "impiegato statale" per via del vaglia che mensilmente riceveva dai figli amorosi. Quando scoppiò l'ultima guerra e di botto s'interruppero i rapporti con gli USA, tanti ne soffrirono e per vivere dovettero vendere persino il corredo delle figlie.
« Ultima modifica: 02 Settembre 2008, 12:02:09 da osvaldo » Registrato

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« Risposta #22 inserita:: 03 Settembre 2008, 13:13:34 »

invece chiedo a osvaldo di confermarmi un racconto, un'abitudine comune tra molti emigranti di portare con se o di chiamare in USA le mamme o i genitori in genere;

a inizio secolo i nostri paesani avevano il problema di seguire i figli lavorando in due o avendo un attività a cui sovraintendere.........

Non risulta neanche a me, al massimo chi ne aveva la possibilità andava a trovare i figli emigrati "nelle Americhe", anche se solitamente erano i figli a tornare quando e se potevano.
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« Risposta #23 inserita:: 03 Settembre 2008, 13:18:13 »

Niki chiedi a tua mamma che abitava più o meno in quella zona se si ricorda della povera Càrmina a Camiola.

Confermato da mia madre tutto quello che ha detto Osvaldo, come sempre sei il massimo  Braaavo!
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« Risposta #24 inserita:: 04 Settembre 2008, 16:52:59 »

io ho un paio di casi
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« Risposta #25 inserita:: 13 Settembre 2008, 00:36:04 »

Vorrei inserire un episodio: Circa 25 anni fa mio nonno, a quel tempo ancora in vita, riunì tutti i parenti per comunicare che da lì a poco sarebbe arrivato a Villarosa un suo nipote partito 50 anni prima per l'Argentina e mai più ritornato!. Noi eravamo curiosi di  conoscerne la storia e così apprendemmo che era più grande di età dello stesso mio nonno e che era partito per tentare la fortuna in Argentina dove in effetti non stava male perchè aveva una fattoria che gli garantiva di vivere dignitosamente. Quando arrivò questo parente, fu accolto da noi tutti come sappiamo fare a Villarosa. Ricordo che la domanda che gli si poneva era : come mai ha impiegato 50 anni per ritornare a Villarosa? La risposta fu: perchè per 5/6 anni mettevo da parte i soldi per il viaggio e quando andavo a convertire la moneta argentina con quella americana per acquistare il biglietto i soldi non bastavano mai. Così per 50 lunghi anni. Ricordo che restò meravigliato per i progressi fatti da noi , mentre loro erano rimasti arretrati. Si addolorava pensando che per vivere aveva vissuto lontano dai parenti e da solo. Dopo la vacanza tornò in Argentina, dalla moglie e dai figli.  Per tre mesi non fece altro che raccontare le storie del suo viaggio a Villarosa e mostrare le foto e gli oggetti che aveva ricevuto in regalo che posizionò su un tavolo da dove non dovevano essere rimossi. Una mattina fu trovato morto dalla moglie proprio su quel tavolo dal quale non si staccava più.
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« Risposta #26 inserita:: 19 Settembre 2008, 21:48:09 »

                                                      CCHI DDICI PITRU CACECI?

Mio zio Luigi emigrò negli Stati Uniti d’America nel 1948.
Raggiungere quel Paese allora era il sogno di quasi tutti gli italiani perché quell’alto indice di benessere era ben noto ed agognato, ma non era possibile per via di una politica d’immigrazione molto contenuta.
Lo zio poté perché era sposo d’una villarosana, cittadina americana, nata in quel paese e rientrata piccolissima in Italia con i genitori.
Zio Luigi aveva lasciato nella sua terra natìa gli affetti più cari: la vecchia madre, il fratello, le sorelle e tanti nipoti. Allora partire per l’America voleva dire dividersi “mmivinzia” e infatti non potè rivedere più la sua vecchietta.
Dieci anni dopo ci annunciò, per mezzo della solita comune lettera, una sorpresa:  ci aveva spedito la sua voce registrata su un piccolo disco, di pochi minuti di durata, inciso a 78 giri. Parlare a telefono era pressochè improbabile, anche se teoricamente possibile. Non esisteva ancora nei piccoli centri una rete telefonica e l’unico posto per telefonare era all’Ufficio Postale, ma non sentii mai dire che qualcuno se ne fosse servito per parlare con l’estero.
L’emozione fu immensa perché la tecnica non solo ci faceva ascoltare canzoni ma anche la voce d’una persona cara da un’altra parte del mondo.
Da poco avevamo comprato il giradischi e così ci predisponemmo a riprodurre l’inusitato messaggio a famiglie riunite e trepidanti.
Mamma Paolina, (così chiamavamo la nonna), saggia per tanti dolori, ultimo la perdita in guerra del figlio Peppino, era l’unica che riusciva a contenere le sue emozioni.
Cominciò la riproduzione, la voce dello zio tradiva un groppo alla gola. Le sue espressioni, generiche per breve tempo, subito si rivolsero alla vecchia madre (forse presagiva che non l’avrebbe mai più rivista). I pochi restanti minuti li dedico al fratello e alle due sorelle, citò ad uno ad uno noi nipoti, a cominciare da me ch’ero il più grande…
I nostri occhi andavano alla puntina del giradischi e avremmo voluto che essa non s’arrestasse… Si era agli ultimi istanti, lo zio non aveva nessuno più da citare, quando proprio sull’ultimo solco, l’udimmo esclamare di botto:
- Cchi dici Pitru Caceci?
Il clic inesorabile chiuse il caro monologo.
L’emozione ci aveva preso, la voce del caro parente s’era spenta nell’ altoparlante, ci guardavamo in viso tra la felicità d’averlo sentito quasi vicino e la tristezza di saperlo sempre lontano.
Quando più tardi si arrivò ai commenti, qualcuno fra noi chiese che cosa ci potesse entrare nei fatti di famiglia Pitru Caceci. Mio padre, che conosceva il fratello più di noi, spiegò la “sparata” dello zio come un modo di stemperare la tensione ch’era in lui e quell’altra che le sue parole avrebbero scatenato a Villarosa.
C’era riuscito benissimo, perché lo stesso effetto non l’avrebbe raggiunto se per caso, per coinvolgere la comunità villarosana, avesse chiesto notizie, che so, … del Sindaco, quale primo cittadino e rappresentante della città tutta.
Pitru Caceci era la persona più nota di Villarosa, più della Giunta Comunale, del Clero tutto, del maresciallo dei Carabinieri, del Pretore, ….
Qualcuno, a buon diritto, si chiederà: - Ma chi era questo Pitru Caceci?
Era l’uomo più simpatico, più gioviale, più amico ed anche più buono di tutti i villarosani.
La natura aveva negato a Pitru il “ben dell’intelletto”, ma gli aveva donato un cuore grande, generoso senza attesa di ricompensa.
Di solito non camminava come tutti; correva, cantava, interloquiva con chiunque incontrasse. Le canzoni erano tutte di sua creazione e s’intuiva in esse una certa rassomiglianza con le più note in voga.
Salutava tutti e “scummattiva a tutti”. Nessuno si sarebbe permesso di mancargli di rispetto perché non lo meritava, ma anche perché da buono sarebbe diventato tutt’altra persona…
Ovviamente nei tempi in cui visse non esistevano scuole per tutti gli individui delle sue condizioni, quindi era analfabeta puro, in tutti i sensi.
Quand’era libero da impegni di lavoro, andava alla fermata degli autobus e se scendeva un villarosano con una o più valige se le caricava e l’accompagnava a casa. Se gli davano dieci lire se le prendeva, altrimenti poteva chiedere una sigaretta e non più di tanto.
Nel 1943, all’arrivo degli americani, Pitru divenne l’amico anche di loro a prescindere della cioccolata, delle sigarette Lucky Strike e di qualche scatoletta di “Meath vegetable stew”…
Quelli gli parlavano in americano e Pitru senza scomporsi colse subito il tono di quella lingua e s’inventò un “grammelot” personale, che per chi non conoscesse l’inglese o Pitru, poteva credere che il nostro avesse imparato a parlare la nuova lingua solo col frequentare gli americani.
Anni dopo provai a chiedergli:
Pitru, quantu fanu cincu ppi cincu, e lui di botto, Quaranta.
 Bravu Pitru!
E sei ppi sei, e lui ancora, vinti….
Tutti ridevamo e lui con noi, felice e soddisfatto che la risposta fosse ineccepibile.
Era un instancabile uomo di fatica, soprattutto perché lavorava in allegria.
Una nota famiglia di Villarosa, che cominciò le sue fortune con l’autotrasporto, lo utilizzava nei lavori di carico e scarico, assicurandolo regolarmente per consentirgli d’avere una discreta pensione in vecchiaia. (Allora per i disabili non c’era nessun aiuto, erano un problema esclusivo delle famiglie di provenienza!)
Una sera d’autunno del dopoguerra il camion della ditta tornava da Catania con un carico di merce varia; la cabina era piena e a Pitru toccò di salire sul cassone. All’improvviso si scatenò una tempesta con lampi e tuoni da far paura; l’autista non si preoccupò tanto per Pitru perché sapeva che allo scoperto c’erano a disposizione i teloni che coprivano le merci.
Arrivati a Villarosa in garage chiamarono Pitru che non scendeva dal cassone e cominciarono a preoccuparsi seriamente. Cominciarono a temere il peggio, averlo perso in qualche brutta curva, essere scivolato dalla sponda, essersi fatto del male in qualche modo…
Tristi pensieri attraversarono la mente dell’autista e degli altri della cabina; non sapevano decidersi sul da farsi.
Essi tornarono a rovistare fra le merci: non c’era ombra d’un corpo umano.
Si stavano allontanando per andare a riferire e chiedere consiglio al proprietario dell’automezzo, quando, nel silenzio della tarda serata e dall’atmosfera tombale di quella maledetta giornata, udirono provenire dal cassone uno strano rumore; tornarono indietro e videro sollevarsi il coperchio di una cassa da morto nuova che dovevano consegnare a Villarosa. Trattennero il fiato; apparve Pitru in ginocchio sul fondo della bara che uscendo dal sopore d’un sonno ristoratore si stiracchiava e si sgranchiva.
A Villarosa ci si chiedeva spesso chi era l’uomo più felice e sulla risposta non c’erano dubbi.
Un uomo così, non è un essere qualsiasi; per tronfi e boriosi se tali individui  non esistessero il mondo sarebbe lo stesso; per persone umane e sensibili in costoro si può anche vedere un disegno del Creatore.
Pitru, Caceci non era il suo cognome, non era solo al mondo; alle sue spalle aveva una famiglia che lo amava.
L’emigrazione divenne pure una necessità per Pitru; essa non colpì direttamente lui ma le sue sorelle, le quali non potendolo lasciare solo nel mondo che gli era più congeniale, lo portarono con loro in Belgio.
Ci chiedevamo a Villarosa come poteva essere la vita di Pitru in terra del Nord e si conveniva che la sua esistenza doveva essere necessariamente triste.
Le notizie che davano i paesani di lui non erano incoraggianti.
Un giorno spuntò a Villarosa Pitru. Non era più lui, era uno zombi che faceva brevi apparizioni, senza vitalità, né sorrisi, nè canzoni, … Niente! Un uomo spento s’aggirava per la piazza e le vie che furono il suo mondo.
Poi non si vide più. Poco tempo dopo giunse la notizia ch’era nell’aria: Pitru era morto.
Un’altra vittima, come Carmina a Camiola, dell’emigrazione: un emigrato per forza, in un domicilio coatto, sradicato dal suo humus sociale e in un mondo che non poteva essere decisamente il suo.

P.S. – Gradirei che i paesani che vivevano in Belgio nella zona in cui visse Pitru dessero notizie più precise di questo “grande” amico, e non solo mio.

« Ultima modifica: 19 Settembre 2008, 22:09:45 da osvaldo » Registrato

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« Risposta #27 inserita:: 20 Settembre 2008, 11:06:58 »

Bellissima storia osvaldo  Applauso
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« Risposta #28 inserita:: 20 Settembre 2008, 11:08:42 »

come al solito osvaldo sei un miniera di informazioni del passato un sentito ringraziamento per le tue testimonianze grazie
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« Risposta #29 inserita:: 20 Settembre 2008, 14:34:28 »

una storia bellissima,  :grande:osvaldo
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