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Autore Discussione: Personaggi del passato 2  (Letto 4688 volte)
osvaldo

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« inserita:: 12 Aprile 2009, 21:00:42 »

                                                                                                   Mastru Gilormu

Quale villarosano della mia generazione, ed anche di un decennio meno, non conosceva mastru Gilormu?
Quell’uomo di fatica avanti  negli anni con la schiena piegata ad angolo s'incontrava per le vie del paese con addosso un sacco di quattro tumoli di grano o della corrispondente farina.
Entrava nelle case di chi avesse grano da far macinare e non disponesse di animali da soma. A casa mia era presente a ciclo quasi fisso per il tempo che non si esaurissero i quattro tumoli di farina che egli ci portava dal mulino.
Era uomo della massima fiducia che mai e poi mai avrebbe  abusato del credito riconosciutogli dai suoi clienti sottraendo dal sacco qualche giumella di farina.
Credente che non frequentava chiesa e sacramenti, analfabeta puro e ad un tempo e a modo suo filosofo di pochissime parole.
Di quest’uomo quasi di casa ricevetti il più grave degli affronti che mai potessi immaginare, l’accusa di furto.
Nella tarda serata d’un Dieci Agosto dei miei 11 o 12 anni, avevo da poco finito d’assaporare il tanto atteso cono gelato e  godevo in pace “a musicata n’chiazza” in compagnia di mio padre e di alcuni dei suoi amici, quando s’avvicinò mastru Gilormu che mi accusava del fatto che io avrei rubato del  carbone a don Giovanni Albo. Io caddi dalla nuvole e cominciai a difendermi con tutta l’anima. Dall’altra parte il vecchio col dito accusatore che riconfermava le accuse. I grandi mi facevano segno di non farci caso, ma io non capivo, tanto che, pieno di vergogna per l’accusa infamante subita in pubblica piazza, scoppiai a piangere. A questo  punto mio papà e gli altri rabbonirono l’accusatore promettendo che avrebbero provveduto di dovere…
Quando si fu allontanato mi spiegarono che il poveretto era ubbriaco e che io ero stato uno scioccone a non capire i loro segnali.
Quella sera scoprii il punto debole di quell’ umile ed onesta persona che avevo conosciuto da sempre come irreprensibile: da buon uomo di miniera nel giorno festivo aveva alzato il gomito più del solito.
Mio padre in seguito mi parlò a lungo di quell’uomo scarinatu do stirraturi  fin dalla tenerissima età e costretto a carriari ancora  sacchi per poter vivere, in quanto nei suoi anni verdi  in miniera non esisteva ancora alcuna forma d’assicurazione obbligatoria e perciò era rimasto senza pensione.
Da quel momento cominciai a capire che egli aveva fatto esperienze diverse dalle mie: nei miei sei anni mi s’era  aperto il portone della scuola, nei suoi più antichi sei il buco d’una miniera buia, nella qualità di carusu, condannato a portare  alla luce stirratura pieni di materiale da cui si sarebbe ricavato il biondo zolfo che a lui fruttava un piccola manciata di spiccioli, bastanti a stento per sopravvivere.
[Per inciso, il  monumento al minatore eretto in piazza San Giacomo avrebbe dovuto rappresentare non un uomo con elmetto rigido che allora esisteva ma veniva negato a quegli sventurati. Lo scultore avrebbe dovuto rappresentare un carusu di pirrera  o il crollo di parete causato spesso dal lesinare che si faceva sulla legname dell’armatura. Ricordo il commento adirato dei veri zolfatai che trovavano innaturale quel bassorilievo, lontanissimo dall’antica realtà vissuta  sulla loro pelle.]
 Mastru Gilormu amava la musica ma non potè fare il musicante perché affaccendato in mansioni per lui vitali e privo delle più elementari cognizioni per il riconoscimento delle note.
Qualche tempo dopo m’intenerì una scenetta che si presentò  ai miei occhi: una sera d’estate salendo per la via Solferino sentivo la banda musicale cittadina che si esercitava nel cortile circondato da un muretto, ove c’era stato il cinema-arena. In piedi su d’una sedia sbirciava al di là della barriera muraria mastru Gilormu, che dopo una giornata di duro lavoro s’inebriava all’ascolto delle grezze note di prova.
Gilormu, da zolfataio quale divenne, era intriso d’una mentalità mille miglia lontana da quella dell’agricoltore, da sempre più vicino alla Chiesa.
Il minatore viveva a stretto gomito con la morte; sapeva che in caso di disgrazia la sua salma non sarebbe entrata in chiesa e che dritta dritta l’avrebbero calata in una buca scavata alla meglio, senza un’aspersione d’acqua benedetta da parte d’un prete: era  un morto disgraziato e si presumeva che non aveva avuto il tempo di pentirsi dei suoi peccati, primo fra tutti quello di abituale bestemmiatore.
Tanto però non escudeva che nel profondo dell’animo il solfataro coltivasse una sua personale e profonda religiosità.
Un giorno mastru Gilormu aveva riportato il solito carico di farina a casa mia e si stava asciugando il sudore con il suo fazzolettone che teneva annodato al collo.
Era presente un mio cugino, smanciusu per natura, che avendo avuto modo di conoscere il fondo religioso dell’animo del vecchietto, serio serio, gli fa:
-      Mastru Gilò, asìsti?
E il povero vecchio accaldato, annuendo col capo:
-   Asìsti!... Asìsti sì!
Mio cugino a questo punto cominciò a far ancor più lo sciocco calcando quell’ asìsti.
L’anziano capì a volo; lo fulminò con lo sguardo e sbottò:
-   Asìsti la to’ vrigogna!
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« Risposta #1 inserita:: 12 Aprile 2009, 21:28:43 »

Grazie Osvaldo per i tuoi racconti.

Mi vergogno un pò a chiedere spiegazioni sulla parola "Asìsti".
E' possibile che non riesco a traslare una parola dialettale dallo scritto alla sua versione orale?

Fatto sta che non so cosa vuol dire ... quindi non ho potuto godere della parte finale del racconto  timido
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« Risposta #2 inserita:: 12 Aprile 2009, 22:03:35 »

Grazie Osvaldo per i tuoi racconti.

Mi vergogno un pò a chiedere spiegazioni sulla parola "Asìsti".
E' possibile che non riesco a traslare una parola dialettale dallo scritto alla sua versione orale?

Fatto sta che non so cosa vuol dire ... quindi non ho potuto godere della parte finale del racconto  timido

Nessuna vergogna; voi giovani parlate, se lo parlate, un dialetto tradotto dall'italiano.Tranne qualche espressione tipica, le altre sono generiche.
Un esempio: a Villarosa c'è un Orazio, che tutti ancora chiamano Araziu. Così "esiste" veniva traslato in "asiste". Questa espressione oggi è rara. M.Gilormu era ignorante al massimo, ma era intelligente e sensibile. Era un tipo. Non certo come Momò, ma aveva la sua umanità, la sua correttezza: doti in ogni tempo rare.  Parlando di lui ho voluto introdurre il discorso sul carusato, su cui vorrei tornare solo se vedo una partecipazione attiva. Intanto ti ringrazio per il tuo interesse allo spaccato di vita di solo un secolo fa.
« Ultima modifica: 12 Aprile 2009, 22:08:46 da osvaldo » Registrato

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« Risposta #3 inserita:: 13 Aprile 2009, 00:30:04 »

Molto interesante osvaldo!
Certo ci sono cose che ormai sono quasi scomparse ma sarebbe bello magari raccogliere alcune storie del nostro paese.
Magari un libro.
Sono sicuro che ci sono molte persone giovani e meno giovani a cui farebbe piacere riscoprire la nostra storia.
Comunque ancora grazie osvaldo!
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« Risposta #4 inserita:: 13 Aprile 2009, 13:03:29 »

Sul CARUSATO mi ha fatto pensare molto la parte in cui dici che il monumento al minatore
Citazione
...avrebbe dovuto rappresentare non un uomo con elmetto rigido che allora esisteva ma veniva negato a quegli sventurati. Lo scultore avrebbe dovuto rappresentare un carusu di pirrera    o il crollo di parete causato spesso dal lesinare che si faceva sulla legname dell’armatura. Ricordo il commento adirato dei veri zolfatai che trovavano innaturale quel bassorilievo, lontanissimo dall’antica realtà vissuta  sulla loro pelle.

C'è sempre, e sempre stato storicamente, una sorta di corsa al bello nel voler rappresentare alcune realtà/situazioni ... quando poi la situazione reale è tutt'altra.

Il paragone che mi viene in mente è la reazione bigotta di quei prelati che difronte alla prima rappresentazione di un cristo non più biondo e con gli occhi azzurri grida al "blasfemo".
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« Risposta #5 inserita:: 13 Aprile 2009, 20:55:27 »

E' vero, Osvaldo, la realtà di allora non sempre viene rappresentata al meglio.
Io cito la circostanza delle bevutine nei giorni di festa ma, a parte questa sorta di tradizione, vi sono tante altre circostanze ed episodi che mi sono stati raccontati da alcuni dei pochi minatori ancora in vita, alcuni dei quali non conviene proprio scrivere in questo forum e che, al di là di tutto, ha fatto un po' comodo a tutti rimuovere dalle menti...
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« Risposta #6 inserita:: 13 Aprile 2009, 20:57:32 »

Maestro non capisco a cosa ti riferisci...

Ringrazio osvaldo per la storia vita raccontataci  :-D
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« Risposta #7 inserita:: 13 Aprile 2009, 22:00:41 »

E' vero, Osvaldo, la realtà di allora non sempre viene rappresentata al meglio.
Io cito la circostanza delle bevutine nei giorni di festa ma, a parte questa sorta di tradizione, vi sono tante altre circostanze ed episodi che mi sono stati raccontati da alcuni dei pochi minatori ancora in vita, alcuni dei quali non conviene proprio scrivere in questo forum e che, al di là di tutto, ha fatto un po' comodo a tutti rimuovere dalle menti...


M'associo a Cigliazza: non capisco proprio cosa vuoi comunicare. Se non ti dispiace vuoi far capire a chi non intende? Per quanto riguarda le "bevutine", sto parlando in generale, l'usanza non è perduta, anzi si è spostata al mondo giovanile non col "tocco" di boccali di vino, ma di superalcolici e.... altro di peggio.
« Ultima modifica: 13 Aprile 2009, 22:08:21 da osvaldo » Registrato

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« Risposta #8 inserita:: 14 Aprile 2009, 01:42:16 »

M'associo a Cigliazza: non capisco proprio cosa vuoi comunicare. Se non ti dispiace vuoi far capire a chi non intende? Per quanto riguarda le "bevutine", sto parlando in generale, l'usanza non è perduta, anzi si è spostata al mondo giovanile non col "tocco" di boccali di vino, ma di superalcolici e.... altro di peggio.


E' vero, avete ragione: parlo, oltre che delle mangiate e bevute, delle "zecchinette" dei giorni di paga, che permettevano a volte di portare il doppio salario a casa, mentre altre di non portarne proprio; parlo di mogli che, al fine di campare in qualche modo la prole, data la mancanza del salario settimanale, si arrangiavano; parlo del "pane e pane"; parlo dei ragazzini costretti a subire angherie e, a volte violenze, dai più grandi, etc...
Spero, con questi brevi accenni, di aver reso l'idea.
« Ultima modifica: 14 Aprile 2009, 01:45:34 da il maestro » Registrato

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« Risposta #9 inserita:: 14 Aprile 2009, 11:51:01 »

E' vero, Osvaldo, la realtà di allora non sempre viene rappresentata al meglio.
Io cito la circostanza delle bevutine nei giorni di festa ma, a parte questa sorta di tradizione, vi sono tante altre circostanze ed episodi che mi sono stati raccontati da alcuni dei pochi minatori ancora in vita, alcuni dei quali non conviene proprio scrivere in questo forum e che, al di là di tutto, ha fatto un po' comodo a tutti rimuovere dalle menti...


Ci vuole il traduttore simultaneo per capire  Amen
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« Risposta #10 inserita:: 15 Aprile 2009, 00:08:24 »


E' vero, avete ragione: parlo, oltre che delle mangiate e bevute, delle "zecchinette" dei giorni di paga, che permettevano a volte di portare il doppio salario a casa, mentre altre di non portarne proprio; parlo di mogli che, al fine di campare in qualche modo la prole, data la mancanza del salario settimanale, si arrangiavano; parlo del "pane e pane"; parlo dei ragazzini costretti a subire angherie e, a volte violenze, dai più grandi, etc...
Spero, con questi brevi accenni, di aver reso l'idea.


Ce ne capisco sempre di meno. Di miseria, bassezze e  lordure ce ne sono state sempre tante, prima, oggi e purtroppo disgraziatamente anche in avvenire. Quello che accenni tu è fuori dal nocciolo della mia presentazione: quella può divenire un'altra discussione aperta da te, se vuoi. Io ho trattato d'un personaggio col suo vizio e la sua virtù; d'un uomo ignorante, pensoso ed onesto, che m'ha fatto piangere e che ho perdonato di cuore quando ho conosciuto la sua storia lontana anni luce dalla mia proveniente da una famiglia di piccola borghesia. Senza quell' asìsti mastru Gilormu non avrebbe lasciato traccia alcuna nella memoria dell' anima mia, perchè la sua storia di lavoratore sarebbe stata una come tantissime altre. A differenza di una massa di superficiali, egli fu uomo semplice e schietto da cui è scaturita fuori una religiosità netta e verace che non ho mai riscontrata in tanti baciapile e "trituratori" di rosari. "Il maestro" non andiamo fora do scifu!, come si diceva una volta quando si divagava...
Qualunque macchia oscura avrai conosciuto dai tuoi "zolfatai" non conta per niente: l'importante è sentire Dio nella propria anima e comportarsi di conseguenza, come il Maestro che andò incontro alla morte per dare il forte esempio che dura nei millenni.
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« Risposta #11 inserita:: 15 Aprile 2009, 14:37:45 »

...M.Gilormu era ignorante al massimo, ma era intelligente e sensibile. Era un tipo. Non certo come Momò, ma aveva la sua umanità, la sua correttezza: doti in ogni tempo rare. Parlando di lui ho voluto introdurre il discorso sul carusato, su cui vorrei tornare solo se vedo una partecipazione attiva...



Carissimo, a questo punto sono io che non capisco: hai specificato quale fosse il "nocciolo" della tua presentazione, e pure lo scopo per cui hai trattato dei vizi e virtù di quel personaggio.
Il mio intervento voleva offrire un concreto spunto di riflessione al fine evidenziato sopra in grassetto, basato su tristi, freddi ma autentici racconti: e ancora mi vieni a dire che importa solo l'intimo rapporto di ciascuno di noi con Dio?
Non credo, allora, ci fosse bisogno di accennare al "vizio", come lo hai definito, del personaggio in questione, nè tantomeno di palesare l'intento di introdurre una discussione sul carusato o sulla vita nelle miniere!
A questo punto il tuo racconto sa, piuttosto di critica al bigottismo religioso, o di qualcos'altro che, al di fuori del discorso del carusato cui hai fatto cenno, non so proprio cosa possa essere.
Per cui non riesco nuovamente a capire che tipo di partecipazione attiva tu abbia richiesto.
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« Risposta #12 inserita:: 16 Aprile 2009, 02:30:41 »

Carissimo, a questo punto sono io che non capisco: hai specificato quale fosse il "nocciolo" della tua presentazione, e pure lo scopo per cui hai trattato dei vizi e virtù di quel personaggio.
Il mio intervento voleva offrire un concreto spunto di riflessione al fine evidenziato sopra in grassetto, basato su tristi, freddi ma autentici racconti: e ancora mi vieni a dire che importa solo l'intimo rapporto di ciascuno di noi con Dio?
Non credo, allora, ci fosse bisogno di accennare al "vizio", come lo hai definito, del personaggio in questione, nè tantomeno di palesare l'intento di introdurre una discussione sul carusato o sulla vita nelle miniere!
A questo punto il tuo racconto sa, piuttosto di critica al bigottismo religioso, o di qualcos'altro che, al di fuori del discorso del carusato cui hai fatto cenno, non so proprio cosa possa essere.
Per cui non riesco nuovamente a capire che tipo di partecipazione attiva tu abbia richiesto.

Maestro a parte che ti esprimi come un libro chiuso cmq il tuo commento sembra veramnete fuori luogo!
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« Risposta #13 inserita:: 27 Dicembre 2009, 23:26:07 »

                                       COME DONNA CLOTILDE SALVÒ IL SUO MATRIMONIO

                                                                             PARTE PRIMA    Vedi anche: www.bellarrosa.blogspot.com

Ricordo che già frequentavo le prime classi della scuola media.
Si festeggiava a casa mia un compleanno; i più grandi, seduti a un angolo della stanza, commentavano un fatto accaduto di fresco in paese. Lo facevano con cautela in modo che io, intento a leggere un album di Topolino, non capissi. In effetti non riuscii a captare nulla.
Quando però zio Peppino, per una certa analogia con l’avvenimento in discussione, introdusse l’argomento di un antico episodio capitato in paese durante la sua prima giovinezza, che fece molto scalpore, la circospezione venne meno.
Quello che ascoltai sul caso mi colpì fortemente tanto che restò impresso nella mia memoria, compreso il cognome del protagonista maschile, un “galantuomo” villarosano, e il nome della moglie.
 La storia che mi accingo a esporre nel tempo si è incrociata con una molto simile, quella di Matirda raccontata da Vincenzo De Simone nel suo bellissimo libro di “Bellarrosa: Uomo Serio!”. Notai subito che c’era una forte corrispondenza tra il fatto raccontato da zio Peppino e quello esposto nel libro.
Bella e affascinante la vicenda di Matirda, nella cui nella novella si leggono bellissime descrizioni dei tempi più antichi; il contrasto di mentalità e religiosità fra i due mondi sociali, il contadino e quello zolfifero; vi sono citati i luoghi originari, le usanze rigide dei matrimoni secondo il ceto degli sposi, e tante altre interessanti notizie. I protagonisti della storia del De Simone non sono borghesi, sono zolfatai e contadini. I tempi dei due fatti appaiono pressoché contemporanei; ma mi sembra poco probabile che si tratti di due episodi diversi, coevi e simili fino a quasi coincidere.
Curioso per tale coincidenza chiesi notizie sull’episodio di Matirda allo zio Peppino che rispose di non aver mai sentito parlare di tale storia con protagonisti popolari e convalidò il mio ricordo di ragazzino, anzi vi aggiunse tanti nuovi particolari. Il vecchietto mi precisò che per tanti anni seguenti si continuò maliziosamente a parlare della crisi matrimoniale, ben risolta, dei personaggi in vista in paese; che essi erano assai più anziani di lui, ma che ebbe modo di conoscere, anche se solo di vista.
Sono anni che mi chiedo: perché il nostro maggior poeta non ha raccontato i fatti reali?
Solo da quando ho cominciato a raccontare fatti di villarosani, ho sperimentato di persona la difficoltà che avrà avuto il poeta a citare un episodio piccante e poco edificante, con precisi riferimenti a protagonisti “galantuomini”, assai influenti nella comunità cittadina.
Per evitare rogne don Vincenzo ha preferito vestirli, opportunamente, con i modesti panni di zolfatai e contadini.
Con la stessa precauzione indicherò i maggiori protagonisti come don Bartolo e donna Clotilde.
Il lettore ha tre possibilità: se vuole leggere una bella novella scritta da un letterato raffinato, assapori la vicenda di Matirda [il volume si trova nella biblioteca comunale]; se vuole conoscere un fatto borghese ma reale si accosti all’antico ricordo di zio Peppino da me rivisitato; se vuole leggerli entrambi, non farà nessun male né sgarbo ad alcuno.
Bartolo unico rampollo maschile di famiglia benestante crebbe un po’ scapestrato e cerca rogne. Amava il lusso, le belle donne e i viaggi. Era stato a Parigi da turista e ne era rimasto incantato tanto che ne parlava a iosa agli amici che non erano stati più lontano di Palermo. Per questo lo chiamavano il “parigino”.
La famiglia era facoltosa ma viveva sobriamente; il padre curava gli interessi delle sue terre, la madre soprintendeva con cura al lavoro delle serve di casa, le sorelle molto ritirate passavano le giornate fra ricamo e Chiesa.
La seducente vita di Bartolo qualche volta riservava qualche triste sviluppo quando ad esempio lasciava a rotta di collo il paese o altre volte era costretto a rimanere a letto o in poltrona per “una caduta per le scale di casa”. Gli amici, e non i soli, traducevano che qualche padre o fratello di una sua conquista o di una destinataria di un tentato malaccorto approccio “cci aviva ammaccatu u ippuni”.
La famiglia tutta temeva il peggio e non faceva sonni tranquilli. A queste paure si aggiungeva il fattore economico; non c’erano soldi che bastassero al “parigino”,  così quando non aveva la faccia di andare a bussare al portafoglio di papà o la madre che lo foraggiava sottobanco gli allargava le braccia, firmava cambiali. Tante volte il povero padre, vergognandosi di tale figlio, ne aveva onorate le firme.
Tutti convenivano nell’idea che per lui ci voleva una brava moglie che lo tenesse più vicino al focolare domestico piuttosto che nei luoghi equivoci del lupanare e che lo facesse smettere di andare per tetti come gatto in amore.
Tutto il parentado di Villarosa e di fuori fu informato del loro assillante problema e si chiedeva loro di “ammiari” non solo un buon partito di pari ceto sociale ed economico, ma una donna di polso e intelligente che fosse in grado di tenere vicino a lei lo sposo, allontanandolo dalle indecorose abitudini di gioventù.
La proposta più possibile fu quella degli zii di Castrogiovanni che vedevano nella giovane Clotilde, appartenente a una facoltosa famiglia locale, la donna adatta a tenere a bada uno sfrenato come Bartolo.
Le pari condizioni socio-economiche delle due famiglie favorirono l’intesa, che trovò consenzienti anche i due giovani.
Sia all’uno che all’altra non mancavano doti fisiche attraenti. Quelle di Bartolo erano sperimentate, considerato il successo che aveva avuto con le donne; Clotilde era d’una bellezza tipica della città d’origine, di carnagione chiara, occhi castani, capelli tendenti leggermente al rosso, altezza tale da “stare a spalla” al promesso sposo.
All’aria sbarazzina di Bartolo si contrapponevano la posatezza e lo sguardo vivo della fidanzata. Clotilde aveva avuto precisi ragguagli sulla circostanza che il promesso sposo non aveva rigato dritto in gioventù, ma non si perdette d’animo: si sentiva certa di poter controllare ogni situazione critica.
Ciascuno dei due ebbe come dote dalle rispettive famiglie un ottimo patrimonio, in terre fertili, case e moneta contante: la dote di Bartolo era superiore a quella delle sorelle, messe insieme; eccellente anche quella di Clotilde perché i suoi genitori non avevano avuto la benedizione di un figlio maschio che perpetuasse il cognome di famiglia.
Il matrimonio si celebrò sfarzosamente a Castrogiovanni e fu un avvenimento non comune per quella città; l’eco che ebbe a Villarosa fu strabiliante: tutto il paese fremeva di vedere a passeggio la coppia di cui tanto si favoleggiava.
I villarosani dovettero aspettare un bel po’ perché gli sposi partirono subito per il viaggio di nozze che li portò per le più belle città d’Italia e d’Europa, ovviamente con una più lunga sosta a Parigi.
Al rientro gli sposi furono avari di mostrarsi in pubblico, ma non potevano sottrarsi allo sguardo dei cittadini la domenica all’uscita dalla Chiesa dopo la Santa Messa. I commenti dei villarosani furono benevoli nei riguardi di donna Clotilde che col portamento signorile e maestoso sbalordì i semplici paesani. Il commento dei più maliziosi fu orientato verso Bartolo che per la prima volta si vedeva uscire dalla chiesa, lui che frequentava di solito luoghi innominabili. Qualcuno scommetteva che quell’idilliaco quadretto sarebbe durato qualche mese, altri erano certi che con una donna tanto bella quel rompicollo avrebbe messo la testa a posto.
Le famiglie degli sposi di mese in mese aspettavano il gioioso annuncio di “nova rreda”. Passavano i mesi e non succedeva niente.
Al Circolo dei Civili Bartolo non si vide per più di un mese; poi cominciò a frequentare ma si accostava poco ai tavoli da gioco.
A casa la notte rientrava tardi e giustificava tali orari inconsueti per un novello sposo con le lunghe e accese discussioni con gli amici al Circolo, d’inverno attorno alla stufa, d’estate fra le frescure del giardino del Circolo. [Il ritrovo dei Civili in quel tempo sorgeva dove oggi c’è il Municipio; negli anni ’30 il Circolo fu requisito, abbattuto e sull’area fu costruita la Casa del Fascio, che nel ’43, con la caduta del Fascismo, divenne il Municipio della Città; l’annesso giardino iniziava a ridosso del fabbricato e si estendeva dall’odierna Piazza Umberto I, all’area del plesso scolastico “Silvio Pellico” e fino alla piazza “Vittorio Veneto” dov’è sistemato il busto di Vincenzo De Simone].
Don Bartolo giustificava la sua freddezza sessuale col fatto che trovava la moglie addormentata. In effetti la poverina fingeva di dormire.

[segue]

[/font]                                                       
« Ultima modifica: 07 Febbraio 2011, 23:16:06 da osvaldo » Registrato

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« Risposta #14 inserita:: 28 Dicembre 2009, 22:41:23 »

rimango sempre affascinata dai tuoi racconti, attendo con ansia il seguito della storia. Auguri e saluti ricambiati  Ciao Ciao 
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Comune di Villarosa (Provincia di Enna - EN) -C.A.P. 94010- dista 101 Km. da Agrigento, 29 Km. da Caltanissetta, 117 Km. da Catania, 20 Km. da Enna, alla cui provincia appartiene, 213 Km. da Messina, 141 Km. da Palermo, 165 Km. da Ragusa, 192 Km. da Siracusa, 240 Km. da Trapani. Il comune conta 6.162 abitanti e ha una superficie di 5.501 ettari. Sorge in una zona collinare, posta a 523 metri sopra il livello del mare. L 'attuale borgo nacque nel 1762 ad opera del nobile Placido Notarbartolo. Fu sempre centro economico molto attivo, in particolare nel XIX secolo quando vennero rese funzionanti numerose miniere zolfifere presenti su tutto il territorio. Nel settore dei monumenti è importante ricordare la Chiesa Madre del 1763 dedicata a S. Giacomo Maggiore. Rilevanti sono pure Il Palazzo S. Anna, il Palazzo Ducale e l'ex Convento dei Cappuccini entrambi del XVIII secolo.