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Autore Discussione: Personaggi del passato 2  (Letto 4690 volte)
osvaldo

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« Risposta #15 inserita:: 29 Dicembre 2009, 16:26:54 »

rimango sempre affascinata dai tuoi racconti, attendo con ansia il seguito della storia. Auguri e saluti ricambiati  Ciao Ciao 


Grazie per l'attenzione ai miei racconti, che in fondo sono i nostri, quelli dei nostri vecchi. E' un peccato farli perdere: sono il nostro piccolo patrimonio storico. Prendo spunto da questo discorso e vorrei che tu chiedessi a papà i ricordi che ha di Totò Gioia, il grande tenore, immaturamete scomparso. Era pure lui del 1933. Grazie ancora.
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Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me. Emanuele Kant
osvaldo

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« Risposta #16 inserita:: 29 Dicembre 2009, 16:42:31 »


                                                                    COME DONNA CLOTILDE SALVÒ IL SUO MATRIMONIO
                                                                                             PARTE SECONDA   Vedi anche: www.bellarrosa.blogspot.com

Donna Clotilde dalla gente comune era considerata felice perché ricca e rispettata da tutti. Non tutti conoscevano il suo dramma. I suoceri quasi le attribuivano la colpa di non saper dare loro un nipotino; la credevano sterile poiché il figlio era maschio riconosciuto per via dei suoi trascorsi di don Giovanni.
La sventurata moglie intuiva che il trattenersi al circolo era una scusa e che la sua freddezza sessuale era dovuta a sfoghi fuori di casa. Avrebbe voluto fare una pazzia: uscire da casa di notte per andare a cercare il marito al circolo e controllare la veridicità della sua affermazione; capiva bene però che tanto sarebbe stata una pura pazzia, perché gesto molto sconveniente per una signora perbene.
Guardava dal balcone di casa sua la torre di Federico, che al tempo era l’unica costruzione che troneggiava sull’acrocoro della sua città natale, e bagnava le rosee gote di calde lacrime. Vedeva stormi di rondini svolazzanti davanti ai suoi occhi che quasi volessero farle dispetto col fatto che esse potevano raggiungere Castrogiovanni e lei no. Nella città sulla montagna che le appariva di fronte c’erano gli affetti più cari, avrebbe voluto raggiungerli volando per confidarsi con loro, per chiedere consiglio, per dare sfogo alla rabbia che teneva in corpo e poi piangere, piangere e piangere ancora.
In paese non si parlava d’altro se non dell’infedeltà di don Bartolo che aveva ripreso l’antica vita. Le donne che si davano a lui non erano innamorate; quando lo erano, sapendolo ricco, pretendevano splendidi doni.
La frequenza della casa di Mariannina era molto più costosa della semplice avventuretta con donnette facili, perché le femmine che questa gli procurava erano bellissime e raffinate cittadine che non si accontentavano del normale costo d’una marchetta.
Aveva esaurito le sue riserve in denaro e già aveva venduto di nascosto presso un notaio di Caltanissetta alcuni poderi. La povera martire non sapeva niente di tutto ciò; solo i genitori e le sorelle di Bartolo erano preoccupati e si chiedevano quanto le potesse costare questa vita dissipata e a qual punto fosse scemata la dote in denaro. Finalmente i genitori si resero conto che la mancanza di eredi molto probabilmente era dovuta all’esistenza dissoluta del loro rampollo.
Si tennero più vicine alla povera Clotilde; la riempivano di doni e attenzioni; la portavano con loro a ogni avvenimento mondano o a visite a signore del loro rango.
Questo diverso atteggiamento da un canto dava qualche conforto alla sfortunata moglie, dall’altro tradiva la conferma indiretta dell’infedeltà del marito.
Una notte prossima al Natale donna Clotilde aveva finito di recitare l’ultima posta di rosario e si accingeva a mettersi a letto quando trasalì al rumore di colpi violenti battuti al portone di casa. Rimase immobile col respiro in sospensione e col cuore che seguiva il ritmo degli scossoni all’uscio; poiché il fracasso non scemava, si sentì obbligata a vedere di cosa si trattasse; si fece coraggio e si sporse al balcone per vedere cosa succedeva giù. Alla luce flebile del lampione ad olio vide ombre di più persone che si agitavano, ma non riuscì a decifrare altro. Rimase immobile incerta sul da fare, quando sentì la voce lamentosa del marito che la informava d’esser caduto facendosi male. Scese giù quasi a precipizio con la paura d’inciampare e creare altri seri problemi per via del lume a petrolio acceso; giunta in basso aprì il portone e vide il marito su una sedia sostenuto da due prestanti giovani; altre persone che seguivano il terzetto entrarono e tolsero la stanga all’altra anta del portone, fecero togliere di mezzo donna Clotilde e consentirono che l’infortunato, sempre sulla sedia sorretta, giungesse alla sua stanza da letto. Intanto sopraggiunse il medico di famiglia che era  stato informato da uno dei volenterosi soccorritori.
Il dottor Federici diagnosticò una frattura ad ambedue le gambe; lo fece adagiare sul letto, dove avrebbe passato la notte alla meglio; il mattino seguente avrebbe proceduto alle ingessature.
Andati via medico e soccorritori la povera Clotilde cominciò a fare tutte le domande che di solito si fanno in questi casi; l’infortunato lamentandosi sempre tagliava corto nelle risposte.
La notte passò come Dio vuole. La mattina presto il dottore completò le due ingessature, stimando una convalescenza di non meno di quaranta giorni.
L’infortunio di don Bartolo suscitò tanto scalpore da far scatenare in paese la ridda delle più varie ipotesi, ma tutte convergenti su un fatto: il luogo dell’incidente parlava chiaro: era avvenuto in una strada (l’odierna via De Simone) nella quale il “parigino” non c’era motivo che si trovasse e dove abitava un’sua antica amante che da qualche mese era convolata a nozze con un forestiero in servizio presso un’azienda agricola locale. Le interpretazioni erano numerose, due le principali: una che all’arrivo improvviso dello sposo don Bartolo si sia buttato dal balconcino, l’altra che sarebbe stata scaraventato fuori dal marito inferocito.
Tutti i testimoni convergevano su dei punti incontestabili: alle grida di dolore e alle richieste di soccorso tutte le porte si aprirono, tranne una.
Molti vicini, passanti e i soliti nottambuli della vicina piazza richiamati dalle grida del malcapitato e dal vocio dei primi soccorritori, si misero a disposizione.
Vicini curiosi si misero di nascosto alla posta per verificare la presenza o meno di qualcuno nella casa la cui porta era rimasta sbarrata. Prima dell’alba scorsero i due sposi che quatti quatti salivano ambedue sul cavallo e andavano via.
A Natale le due famiglie si trovarono insieme e per la prima volta Bartolo, come già per antica tradizione, non onorò il tavolo da gioco del circolo.
L’infortunio era stato doloroso per tutti, in particolare per i parenti villarosani che avevano raccolto dalla piazza, dai circoli, dalle botteghe tutte le dicerie, in compenso, però erano tutti uniti e fu la più bella festa degli ultimi anni.
Quando gli sposi erano soli in casa nell’aria c’era una serena armonia; ogni tanto don Bartolo perdeva la pazienza e cominciava a “santiari”. La moglie si faceva un segno di croce e biascicava preghiere per esorcizzare le parole blasfeme di quello screditato. I rapporti intimi erano difficoltosi ma frequenti come non mai. La poveretta era dispiaciuta per l’incidente ma in cor suo pregava Iddio che quel mo-mento magico durasse anche dopo la convalescenza: donna Clotilde, malgrado avesse subito le più gravi umiliazioni era sempre innamoratissima di quell’ingrato.
Quando don Bartolo prese l’aria i primi giorni furono normali per via del bastone con cui s’aiutava. Appena però si resse bene sulle sue gambe ritornò a essere il vizioso di prima.
Un pomeriggio donna Clotilde aspettava le cognate per andare a far visita a una parente; l’abito per l’occasione era pronto sul letto; lei si stava rifacendo un leggero trucco, quando, tornando da fuori, entrò il marito. Questi si soffermò nella stanza e chiese con arroganza:
-   Che cosa vuol dire questa novità?
-   Cosa c’è di male? Solo tu ti devi agghindare? rispose la signora.
Di contro il marito: - Il posto della donna è in casa, essa può solamente abbigliarsi in tal modo quando esce col marito. La donna “pittata” vuole lanciare un messaggio: - Voglio fare cornuto mio marito
-   Sono una donna libera, come lo sei tu! Secca rispose donna Clotilde.
A questo punto volò un manrovescio che lascio un appariscente segno nel delicato viso.
Le cognate trovarono la sventurata piangente e in uno stato pietoso. Il loro arrivo servì solo a consolare l’afflitta.
Le giornate passavano sempre più tristi e tutto rimaneva come prima, anzi peggio di prima.
Così decise di saper qualcosa sul conto del marito da persona fidata, a gnura Minica, la lavandaia, che da anni aveva servito la sua casa con assiduità e serietà.
Prima che questa si mettesse al lavoro, donna Matilde, cosa inconsueta, scese giù “nno catuiu” e a bassa voce chiese alla donna di essere sincera con lei, rassicurandola che mai e poi mai a lei sarebbero dervivate molestie a causa delle sue informazioni.
La poveretta rispose alla domanda della signora, scusandosi col dire che lei sapeva solo quello che la gente ripeteva: don Bartolo fin da ragazzo andava dietro alle gonnelle che le piacevano; che aveva avuto noie da parte di genitori o fratelli delle donne che si era “passate”; che era frequentatore assiduo della casa d’appuntamento di Mariannina che abitava alla periferia del paese, che la stessa riceveva i clienti a cui procurava le più belle donne del luogo e anche di fuori in sul far della notte.
Una mattina donna Clotilde si ricordò che le mestruazioni quel mese erano in ritardo; aspettò qualche altro giorno e non vi fu novità alcuna. Avrebbe voluto saltare al collo del suo amato per dargli la tanto attesa notizia … quando si chiese: - Ma la sua vita cambierà? Già sembrava cambiato dopo l’incidente, abbiamo trascorso una seconda luna di miele e poi …
Intanto nascose con gioia e dolore quel primissimo sintomo di nuova vita. Il suo timore massimo era che se fosse nato un maschietto avrebbe seguito la tradizione del padre e lui sarebbe stato orgoglioso d’un maschione come lui. Se fosse nata una femminuccia si sarebbe aggiunta una nuova schiava come lei.
Fuggire a Castrogiovanni col nascituro ed allevarlo secondo i propri principi morali della sua famiglia? No! La legge non lo avrebbe consentito.
Una mattina prese una decisione: - Sono una signora che porta nel suo grembo il figlio di don Bartolo: tra una vita da schiava e quella di ribelle, scelgo quest’ultima; mi farò valere. È sì, lo so, se fallisco, la mia condizione non sarà splendida, ma senz’altro non peggiore dell’attuale.
Una sera don Bartolo andò da Mariannina impeccabile nel vestito e ben profumato. La tenutaria lo avvertì che la forestiera avrebbe avuto l’incontro con i clienti solo ed esclusivamente al buio più assoluto, perché si trattava di una nobildonna di Caltanissetta il cui marito era fallito, riducendo la famiglia al lastrico con figli che dall’oggi al domani non potevano condurre neppure al minimo l’antico tenore di vita.
Nella collezione di Bartolo nobili non ce n’erano state perciò si sentiva più impegnato a non presentarsi da “paesanotto”.
Entrò nella stanza e la porta si chiuse alle sue spalle. C’era il buio più assoluto perché a quei tempi tutte le luci erano fioche e non potevano filtrare da nessuna fessura. Don Bartolo si diresse verso il lettone che ben conosceva. Non c’era arrivato che la nobile “signora” gli si parò contro e l’avvinse in un caldo e prolungato abbraccio. Quest’ approccio Bartolo lo trovò inconsueto ma originale. La donna si era presentata invisibile ma completamente nuda e mentre sfrusciava sul corpo di lui, lo andava svestendo. Il tanto navigato Bartolo, denudato dall’abile mano femminile, cominciò a sentirsi più a suo agio: dalla maestria dell’inconsueta presentazione, dalle maniere diverse delle altre donne conosciute, dal profumo per nulla comune, dedusse che si trovava di fronte una donna eccezionale, di quelle che non possono trovarsi in quelle case di provincia. Bartolo felice dedusse che l’esperienza che stava vivendo era degna delle grandi città, nelle suite di alberghi della massima categoria, insomma in luoghi che lui poteva solamente sognare e nulla più. Arrivarono al letto, si avvinghiarono, ambedue felici di quell’amplesso. Quando furono stanchi e soddisfatti don Bartolo cominciò ad accarezzare le forme che gli stavano accanto e pensava: si vede che non è una di quelle sono stato all’altezza e l’ho soddisfatta pienamente; ha partecipato con l’anima, non ha fatto finta come le altre; il suo ardore è stato uguale al mio
Tentò un piccolo colloquio con la portatrice di tanta beltà, ma la signora prima gli mise una mano sulla bocca e poi gliela chiuse con un lungo caldo bacio.
Dal momento che non poteva parlare, continuò con le sue fantasticherie e pensava al marito della nobile nissena; sapeva di essere cornuto? Era pacifico o inconsapevole?
Poi col pensiero tornava al profumo: dove l’aveva sentito? Non certo sulle donne del paese; nemmeno nei casini di Caltanissetta o di Palermo…
La donna non faceva cenno di finire la prestazione e don Bartolo pensò che per quella serata egli dovesse necessariamente essere l’unico cliente ed essendosi sentita ben soddisfatta da lui, si attardava con pieno piacere.
Giacquero ancora fra amplessi e languide carezze e così avrebbero continuato per tutta la notte, quando furono richiamati alla realtà da Mariannina:
-  Sveglia, ragazzi! Sveglia!
A malincuore don Bartolo si rivestì, uscì dalla stanza era passando davanti a Mariannina e disse: - Metti ancora in conto.
Uscì. Era una nottataccia: si alzò il bavero del mantello, si coprì col cappuccio e dritto al circolo. I pochi che ancora erano al tavolo di gioco ascoltarono le meraviglie dell’esperienza fresca di Bartolo. A un certo punto qualcuno disse: - E ora basta, conosciamo bene le tue fantasie erotiche, non ci distrarre.
Don Bartolo ci resto male; voleva rispondere per le rime, ma non volle guastarsi la gioia di quella notte; rimase a fantasticare sulla sua esperienza appena trascorsa, facendo finta di leggere il giornale.
Quando uscirono tutti dal circolo don Bartolo si diresse verso casa, alla solita minestra, com’era solito dire.
Salì i primi scalini e percepì un sottile odore delizioso, mentre saliva quel delicato profumo aumentava. Allora pensò che avesse ancora le narici piene di quell’indimenticabile esperienza.
Nella stanza da letto la fragranza era più intensa. Quando si fu spogliato e s’infilò sotto le coperte da dentro gli arrivava un effluvio troppo carico che conduceva fino alla nausea.
Clotilde dormiva, Bartolo si chiese se per caso si fosse rotta sotto le lenzuola qualche boccetta di profumo; allungò le mani sotto e toccò le nude carni della moglie. Trovò strano che lei, tanto riservata e pudica, si fosse messa a letto completamente nuda.
Colto da atroce dubbio, cominciò a tastarne il corpo tutto
Clotilde fingeva di dormire e si lasciava palpare.
Bartolo perse il sonno e cominciò a riflettere sull'imprevista e strana situazione; si alzò e cominciò a passeggiare, in camicia da notte, col freddo pungente di fine inverno.
Clotilde smise fi fingere di dormire, accese il lumino del comodino e cominciò ad osservare la scena.
Bartolo le chiese: - E questo profumo?
Di rimando la moglie: - È vecchio, ma è quello che mi hai regalalo durante il viaggio di nozze, a Parigi. I buoni profumi sono come i vini, migliorano col tempo se ben trattati, non ti pare?
Bartolo ancora: - Dove sei stata stasera?
E Clotilde, serena: - Con te!
Il povero marito provato da tante esperienze tutte in una serata, restò sbalordito e non sapeva cosa dire… La moglie lo vide spasimare, perdere l’equilibrio, appoggiarsi ai mobili …
Cominciò a prendersela con Mariannina che gli aveva preparato quella trappola.
Lo rassicurò la paziente moglie: - Anche lei non ne poteva più di te, a causa del credito che diveniva sempre più enorme, tanto che lei temeva che tu non ci saresti mai riuscito a saldarlo. Ho chiuso il conto io, abbondantemente.
Smarrito, cominciò a farfugliare; la moglie gli fece cenno di venire a letto. Non ne aveva il coraggio, così cadde in ginocchio a terra e con la testa sulla sponda del letto e cominciò a gridare: - Sono uno stronzo, sono uno stronzo. Avevo l’oro e ho cercato, pagandolo bene, il piombo.
La moglie lo fece parlare e straparlare.
Il primo chiarore dell’alba li colse in quella incomoda posizione.
Alla fine Clotilde affondò la mano fra i capelli del marito; gli scosse la testa fortemente e poi:
Su! Non abbiamo più tempo da perdere più, è finita la ricreazione dobbiamo pensare alla creatura che verrà. Spero che ci porterà finalmente la felicità, non solo a noi, ma ai quattro nonni e alle zie.
Bartolo, stranito, ancora non capiva.
Hai capito, stronzo, che sarai padre?  Sono incinta di te!
A quello, sempre più intronato, Clotilde urla a squarciagola:
SONO INCINTA …. INCINTA …. LO VUOI CAPIRE? …
ASPETTIAMO UN BIMBO! 
La conversione di don Bartolo colpì tutti: nessuno credeva più al ruolo di premuroso padre e amoroso marito.
Come fu, come non fu, anche la parte più riservata della storia, che sarebbe dovuta rimanere segreta, è arrivata a noi.
Non per nulla si dice: niente fare che niente si sa.





« Ultima modifica: 07 Febbraio 2011, 23:16:59 da osvaldo » Registrato

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« Risposta #17 inserita:: 29 Dicembre 2009, 18:15:31 »

Osvaldo carissimo, questa storia è veramente bellissima!
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« Risposta #18 inserita:: 02 Gennaio 2010, 21:02:57 »

bella!

Ho avuto modo di leggerla a voce alta, a chi condivide con me a casa questo primo freddo romano del 2010.
Complimenti!!!   Applauso Applauso Applauso
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« Risposta #19 inserita:: 03 Gennaio 2010, 15:35:15 »

che storia... Grande! osvaldo, anche al freddo di montagna questo racconto ha fatto bella compagnia
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« Risposta #20 inserita:: 13 Gennaio 2010, 17:22:43 »

                                          UN ALBERELLO CHE ANCORA CRESCE IN SILENZIO

Qualche settimana fa mentre ero di ritorno a casa mi venne incontro un cittadino della mia generazione, chiamiamolo “Sottutto”. Dal sorrisetto ironico che egli sbandierava pronosticai che doveva uscirsene con qualcuna delle sue. Mi bloccò ed esclamò: - Ccu tanti genti ‘mportanti c’am’avutu a Villarrosa, d’ unni ti vinni di parlari di mastru Gilormu… a ccu po’ nteressari?” Non m’ aspettavo proprio da lui una chiosa su un argomento trattato su Internet, lontana mille miglia dalle sue mire che in genere volano molto in basso. Non l’ “onorai” di una risposta perché essa sarebbe stata molto pungente.
La cosa finì lì. Ma non per il mio cervello, che di sua iniziativa scavava in profondità dove il mio stato cosciente non arrivava …
Uno di questi mattini svegliandomi affiorò prepotentemente alla mia memoria un ricordo di circa 25 anni fa: io sul corso a leggere un annuncio della morte d’un mio anziano  amico. Mi ero soffermato più di come si è soliti fare in queste circostanze perché mi stupì la reazione della gente che faceva dei commenti che benevoli non erano ma nemmeno malevoli.
Poco  prima che decidessi d’allontanarmi si soffermò “Sottutto”, che fa: “Oh, u dutturi Butera morsi? …. Mah, nna so vita nunn’ha fattu mali ma mancu bbeni”Tutti in effetti dicevano la verità: un democratico, per giunta giusto, non può piacere al popolo siciliano intriso di favoritismi e, anche se non in piena coscienza, anche di mafia.
Alcuni mesi fa rispondendo ad un utente scrivevo in questo sito;” Quando avevo la tua età un anziano professionista di Villarosa, che per me fu maestro di democrazia,  un giorno mi disse:  "La nostra è una giovane democrazia ma fra 20 anni di certo le cose cambieranno. Ci vuole costanza e pazienza...." Ti confesso che quel traguardo mi sembrò esageratamente lontano... Ne sono passati 50 di anni e siamo dove siamo.
In quel tempo io e lui militavamo nelle file della Democrazia Cristiana. Io mi collocavo nell'area della sinistra dc. Avevamo un ottimo rapporto umano e culturale, ci dividevano più di 30 anni d'età, ma dava del lei anche ai giovani. Un giorno mi disse: "Lei è un liberale e non lo sa" Non nascondo che ci sono rimasto male perchè allora il PLI era il referente della Confindustria. Ma il maturo amico non si riferiva al PLI del momento ma a quello di Pannunzio e della redazione della Rivista "Il Mondo", che io di tanto in tanto leggevo al Centro di Lettura e, confesso, che mi sforzavo di capire. Ho compreso le sue parole molti e molti anni dopo...”
È stato detto che fa più rumore un albero che cade piuttosto che una foresta che cresce. La vita, l’esempio, il muto insegnamento del dr. Calogero Butera non faceva chiasso, ma esso fu un albero di una piccola foresta che speriamo che sia sempre in crescita …
Non era mia intenzione parlare di lui perché la sua figura non avrebbe commosso nemmeno quelli che lo conobbero… Infatti nel piccolo brano sopra citato non avevo fatto cenno al nome.
Il dr. Butera non era il tipo da trascinare le masse e non amava “bagni di folla”; egli lo sapeva e nulla mai fece per adeguarsi ai tempi e farsi amare dal popolo: coerentemente non si candidò mai a nessuna carica. Era soprattutto cattolico osservante. Professionalmente fu medico di buona fama ma per nulla ambizioso tanto che non volle allontanarsi da Villarosa. Solo qualche anno fa ho saputo che era anche radiologo specializzatosi a Genova. Di lui me ne ha parlato l’ex primario radiologo dell’Ospedale di Enna dr. Francesco Bonasera, che approdato nella città ligure dieci anni dopo per la stessa specializzazione trovò docenti che si ricordavano ancora della competenza e  della personalità del dr. Butera.
Oltre a fare il medico chirurgo fu anche per molti decenni Ufficiale Sanitario. La sua precisione non piaceva ai politici tanto che ridevano di lui per via del doppio decimetro che teneva in mano nell’atto di esaminare una pratica edilizia. Egli sapeva ma non cambiava i canoni della sua moralità per apparire più accettabile.
Io lo accettai così com’era e per me resta sempre un valido punto di riferimento del canone della giustizia e della democrazia.
Avrei qualche episodio ancora da riferire ma non voglio tediare. 
Ovviamente anche questo personaggio per “Sottutto” non è da annoverare fra le persone importanti di Villarosa.
Solamente vorrei far capire a tanti sapientoni, che ci sono in giro, che il dr. Butera e Mastru  Gilormu sono due aspetti utili della realtà, due uomini, all’opposto per cultura, ma ugualmente positivi, checché se ne possa pensare.
« Ultima modifica: 15 Gennaio 2010, 17:26:27 da osvaldo » Registrato

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« Risposta #21 inserita:: 25 Aprile 2010, 11:04:25 »

Conoscevo il dr. Butera di vista.

Incrociando la figura di questo signore (persona distinta... d'altri tempi si dice in questi casi) con i brevissimi racconti di mio Padre, di mio Zio, mi sento perfettamente in linea con le tue parole Osvaldo nel descrivere l'uomo.
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« Risposta #22 inserita:: 03 Ottobre 2011, 21:54:24 »

Una fredda incruenta vendetta

La nostra via Milano, la più lunga dopo il Corso Garibaldi, si estende “da muramma”, oggi via Cossa, fino “a stratella”, il corso Regina Margherita; essa taglia in due il rione Cavour, il più grosso del paese, e dal lato sud della stessa iniziano in parallelo  le vie in salita  che portano al quartiere più  alto, “u Cuzzu”, che si estende “de Vaschi finu o Cummentu”.
E’ “a strata de’ Santi” per eccellenza perché la più lunga fra le altre.
Mi sto dilungando a parlare della via Milano per un valido motivo di cui forse in pochi in Villarosa saranno a conoscenza: essa non fu così nominata in onore della metropoli lombarda, ma in omaggio ai Milano, famiglia imprenditrice di “gabelle” di zolfo, il cui ultimo rappresentante, che io bambino conobbi, fu don Ciccio, la cui abitazione aveva l’ingresso principale alle camere sulla via Notarianni, ma la proprietà si completava nei  “catòja” sottostanti, che s’affacciano proprio sulla via Milano.
Non fu l’unica famiglia a imporre il proprio cognome alla toponomastica cittadina: via Butera, Genco, Torregrossa, Notarianni, Falzone, Casale, Deodato, Manganaro e tantissime altre sono ancora i segni ben visibili del tempo in cui la gente comune non aveva alcun potere e la città era retta solo da persone il cui censo concedeva loro il diritto all’elettorato attivo e passivo.
Il più rappresentativo della famiglia Milano fu Giovanni, noto a tutti come don Vannuzzu, che fu più volte sindaco di Villarosa sul finire dell’800.
La via della democrazia, come sempre, è irta d’immense difficoltà. Dell’impresa garibaldina il grosso del popolo siciliano capì ben poco, ma sperava tanto che qualcosa potesse cambiare anche per le classi più povere, con una più umana riforma agraria e con una meno ignobile condizione dei “carusi” che entravano nel sottosuolo a cominciare dai sei anni, strappati ai giochi e alla scuola che non avrebbero mai conosciuta. A queste giuste e sacrosante aspettative non seguì nulla, anzi all’alterigia dei nobili s’aggiunse quella dei borghesi che imitarono in tutto i più antichi modelli e, pavoneggiandosi come “galantuomini”, disprezzavano il popolino più di quanto avessero fatto le classi dominanti precedenti. I borghesi, grazie al loro reddito, furono eletti nelle amministrazioni locali in combutta con la nobiltà e imposero con pugno di ferro alla comunità tutto ciò che favoriva i loro personali interessi.
Non tutto il popolo era acquiescente a tale stato di cose, tant’è che le ribellioni furono frequenti e molti preferivano darsi alla macchia pur di sfuggire alle inevitabili ritorsioni dei potenti.
In quegli anni fu in foga fra i giovani del popolo la moda, in sé innocua, di sfoggiare con una certa baldanza un superbo ciuffo di capelli fatto crescere con tanta cura, quasi a volerlo contrapporre all’arroganza della nuova classe. Tale forma di pacifica sicumera poteva di per sé non essere considerata tanto pericolosa, ma la borghesia, temendo che essa fosse l’anticamera di ribellione o futura affiliazione al banditismo, mal sopportò tale borioso portamento.
Don Vannuzzu Milano, nella qualità di sindaco, fu in testa fra tutti a darsi da fare al fine di stroncare tale usanza, giungendo a prepotenti vie di fatto. Si procurò un’affilatissima forbice da barbiere, che teneva costantemente  nel taschino a sinistra della giacca, e la domenica pomeriggio si tratteneva in piazza, spalleggiato da propri sostenitori e con a vista la vigile presenza delle guardie  municipali, sempre pronte a distribuire nerbate a ragazzi scapestrati o a maturi ribelli.
Quando egli vedeva emergere tra la folla un pomposo ciuffo chiamava a sé il giovanotto e in men che non si dica glielo devastava con una decisa sforbiciata. L’istinto alla naturale reazione veniva frenato dagli amici del malcapitato che temevano seri grattacapi e dal gruppo di tirapiedi del sindaco che gli facevano corona.
Da quel momento tutti i giovani portatori orgogliosi del pomposo ciuffo fecero di tutto per evitare l’umiliante sopruso, tenendosi ben lontani dallo sforbiciatore o facendo finta di non sentire la sua autorevole chiamata.
Lo sconsiderato gesto fu giudicato dall’opinione pubblica in genere e dai giovani in particolare piuttosto oltraggioso, tanto che rimase vivo nella memoria collettiva. Non si creda però che un tale sopruso sia stato un raro episodio, il De Simone parla di un funzionario del Duca di Notarbartolo,  (allora si esigeva ancora il censo sulle terre)  il quale il pomeriggio si divertiva al balcone del palazzo ducale con un fucile ad aria compressa a spezzare la canna delle pipe degli zolfatai che stavano a crocchi a discutere in piazza, fin quando le vibrate proteste fecero recedere da tali bestiali borie.
Intanto l’irrisolta questione socio-economica spinse tantissimi a arrischiare l’avventurosa via dell’Oceano per raggiungere gli Stati Uniti, terra promessa di benessere e libertà.
Le rimesse in dollari di tali emigrati sconvolsero nel giro di poco tempo l’arcaica economia siciliana perché il prezzo degli immobili salì alle stelle, tanto che i compratori locali, vittime di tale scompiglio che vanificava il legittimo diritto a farsi una casetta o un podere da coltivare, andavano ripetendo tristi e scombussolati: “Simu cunsumati, sti sordi miricani nun sunu scuttati ppi nnenti”.
Persino piccoli imprenditori e gabelloti di pirrera, stupiti da questi improvvisi guadagni, presero in seria considerazione la possibilità di tentare maggior fortuna in quella ricchissima terra.
Uno di questi fu don Vannuzzu Milano.
Il suo arrivo negli States fu accolta con gioia dai villarosani, compresi quelli che politicamente si sentivano lontani da lui: era un pezzo di Bellarrosa che veniva incontro a loro.
Non c’era festa o ricorrenza in cui non fosse invitato speciale il rappresentante della patria remota.
Ma non tutti la pensavano allo stesso modo: ad alcuni bruciava ancora l’umiliazione subita nella pubblica piazza.
Intanto giunse a Villarosa la notizia di un trattamento di mala creanza riservato all’ex primo cittadino in quella terra lontana, ma altri più precisi particolari non si poterono conoscere perché per lettera nessuno volle esporsi a riportare dettagli scabrosi o a fare commenti che avrebbero tradito i sentimenti di chi scriveva. 
Mille e mille furono le congetture, ma nemmeno la più forbita  delle immaginazioni riuscì a cogliere la crudezza della traversia vissuta  da don Vannuzzu.
Dopo il rientro da Brucculinu  dei primi paesani fu possibile ricostruire con qualche approssimazione l’accadimento.
Tre villarosani, presunte vittime delle antiche sforbiciate, ordirono un agguato notturno al ritorno di don Vannuzzu da una delle feste alle quali era di consueto chiamato come ospite d’onore.
La manipolazione della materia prima da usare presupponeva un reale rischio di antipatico imbrattamento anche a carico dei vendicatori, così decisero di tirare a sorte  chi dei tre avrebbe fornito la sostanza e affrontato di petto la vittima, mentre gli altri due avrebbero immobilizzato con le robuste braccia il malcapitato.
Il sorteggiato si sentiva il più impegnato perché gli toccava di organizzare il piano esecutivo. Ma quando vide che il figlioletto, intento a giocare con una vescica di maiale che egli stesso gli aveva procurato e gonfiato per giocarci a mo’ di palloncino, capì che la parte più antipatica dell’esecuzione poteva considerarsi superata.
Quando tutti in casa dormivano scese giù in giardino e operò con pazienza sulla vescica; la riempì fin dove poté, la serrò con un nodo al collo della stessa e la nascose sotto il terriccio.
L’occasione si presentò come previsto la notte successiva. Don Vannuzzu lasciò la compagnia degli amici che l’avevano ben gradito.  Aveva mangiato di gusto e bevuto altrettanto. Per far più presto si avviò per stradette secondarie poco illuminate che di già ben conosceva; ad un certo punto, spinto da un impellente  bisogno, s’accostò ad un muro per svuotare la vescica, offrendo agli aggressori facilità di presa;  fu immobilizzato e messo a tacere con uno straccio infilato in bocca; qui intervenne  il terzo personaggio che aveva  il compito di completare l’agguato; gli serrò con possenti dita le narici; il malcapitato mollò la straccio e istantaneamente si senti inondare bocca, faringe e giù di lì di una materia nauseante il cui fetore ne tradì la natura. Liberato dalla morsa essa subito fu sputata, spruzzata, vomitata.
Il malcapitato, pur stordito e ottenebrato nelle facoltà mentali, tentò di liberarsi dell’imbrattamento ma subito capì che non ce l’avrebbe fatto con gli scarsi mezzi che aveva; concluse che non era il caso di presentarsi a casa in quelle pietose condizioni e scelse alla fine di servirsi di un bagno pubblico dove offrì l’inumano spettacolo a quanti si trovarono ad entrare per i loro normali bisogni o altri per godersi, come per caso, l’inusuale scena.
In paese nei mesi successivi non si parlò d’altro, con opposti commenti.
La superiore versione fu riferita da un emigrato rientrato da Nuova York ad un pubblico attentissimo in coda ad un’assemblea ordinaria di soci della Società Umberto I. La testimonianza era stata sollecitata con gelicatezza dal Presidente del Circolo in persona.
Egli stesso alla fine chiese se fossero noti i nomi dei tre “vendicatori” di tutti i giovani bellarosani offesi nel passato.
L’emigrato rispose:
- Pe’, Ja’ e Calò
Il Presidente, afferrato il senso della risposta, con un garbato sorriso chiuse il discorso, tacendo.
Al contrario, concitato al massimo, prese la parola uno di quelli che era stato in passato tra i tirapiedi di don Vannuzzu protestando energicamente contro tanto mistero in quanto i tre screanzati dovevano pur avere un cognome o na ngiulia…
U miricanu , con un altro significativo sorriso, bloccò ogni successiva replica, citando un detto allora molto in voga nei paesi a noi vicini:
Pe’ Ja’ Calo’ su’  tutti di Bellarrò!
« Ultima modifica: 06 Ottobre 2011, 18:11:36 da osvaldo » Registrato

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« Risposta #23 inserita:: 16 Marzo 2012, 09:49:59 »

                                                           DUE PRETI INDEGNI DEL XIX SECOLO

Spesso mi chiedo quanti saranno stati nel tempo i fatti scabrosi, relativi a persone che contano o che fanno parte di congreghe, maliziosamente coperti da quella polvere sottile che la falsa Storia lascia depositare silenziosamente.

Per fortuna spesso questa cinerea coltre si rivela  neve che si scioglie pur tardivamente al sole della verità.

Da poco sono venuto a conoscenza di opere di due poeti villarosani dell’ ‘800 che inspiegabilmente sono rimasti ignoti persino ai nostri vecchi: Salvatore Scavone e Giuseppe Albo. Ambedue ottimi verseggiatori in lingua italiana: il primo si dichiara allievo del secondo a cui dedica con immensa devozione una sua opera. Del secondo spero di poter parlare in altro momento.

Il volumetto “POESIE” di Salvatore Scavone è del 1872, edito in Caltanissetta dallo Stabilimento Tipografico dell’Ospizio di Beneficenza. In esso sono contenuti fra l'altro due sonetti che riguardano la moralità di innominati preti suoi contemporanei. Molte poesie della stessa silloge sono riprese nella sua opera successiva “PRIMI FIORI”, ma dei due sonetti che seguono non si trova più traccia in quest’ultima. 

Ritengo opportuno citarli in questa sede per completare il discorso iniziato su questo delicato argomento che a suo tempo avrà fatto senz'altro tanto male alla pubblica moralità e soprattutto alla Chiesa.

E’ il caso di far notare ai soliti bacchettoni, che nel momento in cui essi puntano il dito sulla rilassatezza dei costumi della società in genere, ignorano i peccatori della loro Chiesa. Essi si ergono a giudici severi perchè si autoproclamano esclusivi possessori della Verità, puntano il dito sui comuni peccatori e nello stesso tempo coprono le malefatte dei loro congregati.

Spesso la Chiesa, mostrandosi caritatevole e dispensatrice di perdono, nasconde la cruda verità dei fatti che riguardano suoi fedeli, dimenticando di tradire le chiare parole di Gesù: “E' necessario che gli scandali avvengano”.

Quello che non dovrebbe esistere è il peccato, ma una volta che esso c'è dovrà essere messo in luce per far riflettere i membri della società tutta, dei credenti e dei non credenti.

A 140 anni dei fatti narrati nulla è cambiato nell'orientamento morale della Chiesa che nel caso dei preti pedofili, del caso Claps o degli scandali finanziari una chiara risposta non l'ha mai data e la tradizionale coltre di silenzio incancrenisce sempre più la società, Chiesa compresa



Da “POESIE” di Salvatore Scavone pg.7
LA MORTE DI UNO SFRENATO PRETE

Fra sozze tresche amò la vita, or l’empio,

stanco per gli anni, in lagrimevol suono,

ei, che fece di tutto un crudo scempio,

osa all’Eterno dimandar perdono.



Profanò del Signor l’altare, il tempio,

fe’ tremare, imprecando, il divin trono.

O delusi credenti, ecco l’esempio

di chi disse di Dio, Ministro io sono!



Spregiuro ai sacri voti, ebro germano

di Giuda, il qual con un sol bacio almeno,

ed ei con mille a Cristo il seno aprìo.



Sangue innocente imporporò sua mano,

vergin sedusse e ne corruppe il seno…

Ed or sì tardi vuol placare Iddio!



         Questa descrizione si attaglia bene al “parrinu bagasciu”,.di cui si  è parlato

         



Da “POESIE” di Salvatore Scavone pg.8
UNA STAFFILATA AL PRETE

Mostra all’aspetto d’aver buono il cuore,

fugge la vanità, giammai s’adira,

di Bimbo sembra aver l’almo candore,

a venerarlo l’apparenza ispira.



Soffre disprezzi, angustie, ogni dolore

per amore di Gesù, per cui delira,

e notte e dì con eccessivo ardore

il devoto fedel piange e sospira…



Oh, ipocrisia di sì malvagia prole,

in volto ha la virtù, mortal veleno

nascosto in core e nell’infida mente.



Molti egli inganna con dolci parole,

di vergin casta e pia corrompe il seno…

Povero Cristo e sciagurata gente!

[/size]

Questo esempio di viscida ipocrisia si adatta a perfezione alla figura del padre naturale d’un serio professionista villarosano, di cui da ragazzo sentivo parlare, e che, già prima ch’io nascessi aveva trasferito la sua attività in una città vicina, dove io studente lo conobbi, molto vecchio, nel 1950.

I vecchi della mia infanzia, pur stimandolo, dicevano serenamente, che, nato in una poverissima famiglia, non avrebbe potuto laurearsi ed impiantare la sua costosa attività se non grazie all’aiuto materiale del padre naturale, un prete.

La data di nascita dello stimato concittadino coincide con la pubblicazione dell'operetta originale dello Scavone.
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