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Autore Discussione: ANTICHI CASI DI COMUNE MISERIA  (Letto 22109 volte)
osvaldo

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« inserita:: 19 Aprile 2009, 19:36:47 »

Qualche tempo fa ho annunciato che avrei avviato una ricerca, ovviamente aperta alla collaborazione di tutti, sugli aspetti economici e sociali più tristi della nostra terra nei decenni trascorsi.
Mi sovviene un pensiero di Gesualdo Bufalino che citando ricordi più datati di sua madre, parlava di un tempo in cui si poteva rompere un rapporto di buon vicinato solo a causa della restituzione di un uovo più piccolo rispetto a quello anticipato in prestito.
Cos’è oggi un uovo? Una modica spesa. Nel passato no.
In tempi non molto lontani, quasi in ogni casa, si allevavano le galline che di giorno si lasciavano razzolare per le vie alla continua e instancabile ricerca di qualche granello, mollichina, insettuccio, foglia di  scarto di verdure ed anche di escrementi di bimbi che venivano deposti con naturalezza al margine della strada.
Le immagini possono dire più delle mie parole: fra le foto delle vie di Villarosa pubblicate sul sito e messe a confronto tra presente e passato, sono ritratte infallibilmente galline intente alla ricerca di cibo, persino nella centralissima via Deodato, parallela del Corso principale, proprio davanti alla vecchia Caserma dei Carabinieri.
Fa più tristezza sapere che quelle uova spesso non nutrivano i figlioli delle proprietarie delle bestiole, ma venivano vendute per ricavarne qualche spicciolo destinato a più urgenti bisogni.
Ho raccolto, frugando fra la mia memoria, qualche episodio in tema, che spero di pubblicare in seguito. Intanto gradirei che villarosani, e non, facessero altrettanto o raccogliessero dalla viva voce di anziani fatti e situazioni che senza offendere nessuno noi possiamo tramandare a chi arriverà dopo, evitando il rischio che essi possano pensare che il mondo fosse sempre stato come l’avranno trovato.
« Ultima modifica: 03 Febbraio 2010, 23:17:23 da osvaldo » Registrato

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« Risposta #1 inserita:: 20 Aprile 2009, 16:06:24 »

Lasciar vagare le galline in giro per il paese era un'usanza comunissima. La sera ognuno riprendeva le proprie, senza toccare quelle altrui.
Qualcuno possedeva anche i cosiddetti "papì", lasciati gironzolare al pari delle galline.
Che io sappia, in tempi ancora più lontani, qualcuno allevava anche i porcellini d'India, ma per questa informazione chiedo l'aiuto degli utenti più anziani...
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« Risposta #2 inserita:: 20 Aprile 2009, 18:41:57 »

Lasciar vagare le galline in giro per il paese era un'usanza comunissima. La sera ognuno riprendeva le proprie, senza toccare quelle altrui.
Qualcuno possedeva anche i cosiddetti "papì", lasciati gironzolare al pari delle galline.
Che io sappia, in tempi ancora più lontani, qualcuno allevava anche i porcellini d'India, ma per questa informazione chiedo l'aiuto degli utenti più anziani...
negli anni50era normale allevare le galline Lasciar vagare le galline in giro per il paese era un'usanza comunissima .   qualcuno allevava anche qualche maialino che ingrassavano coi rifiuti dei vicini .e a Natale andavano al macello afarlo macellare....
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« Risposta #3 inserita:: 20 Aprile 2009, 23:17:04 »

Lasciar vagare le galline in giro per il paese era un'usanza comunissima. La sera ognuno riprendeva le proprie, senza toccare quelle altrui.
Qualcuno possedeva anche i cosiddetti "papì", lasciati gironzolare al pari delle galline.
Che io sappia, in tempi ancora più lontani, qualcuno allevava anche i porcellini d'India, ma per questa informazione chiedo l'aiuto degli utenti più anziani...
L'uovo era l'alimento proteico più comune;la carne costava molto; la gallina quando invecchiava e dava poche uova veniva uccisa per le feste. Ma non sempre, spesso si vendeva per i soliti spiccioli: a tal proposito conosco un episodio che mi fu riferito dal protagonista stesso; lo tratterò in seguito. I porcellini d'india erano dei piccoli roditori con pelliccia più rassomiglianti a piccoli conigli che a maialini: erano molto rari perchè rendevano poco. I "papì" erano i tacchini: erano più rari delle galline ed ancor più lo erano le oche. I , a differenza di quanto avveniva in altri paesi vicini, erano molto rari a Villarosa: qualcuno veniva allevato in periferia e non certo arrivavano in via Deodato...
[Aggiungo una nota curiosa che  non c'entra col discorso: appena scrivo in tutte le forme possibili l'animale con cui si confeziona la salsiccia, la parola mi viene "censurata". Provo ancora a scriverle tutte e vediamo che succede: maiale - parola censurata - suino .... Nell'anteprima ora due le trovo ma quella che comincia con p e finisce con o, mi è stata censurata. Com'è precisa la censura: nemmeno in RAI ai tempi della vecchia DC! - Informo chi di dovere che mi riferivo ad animali e non a persone: lo giuro!]
-
« Ultima modifica: 20 Aprile 2009, 23:28:54 da osvaldo » Registrato

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« Risposta #4 inserita:: 21 Aprile 2009, 23:26:18 »

Sempre a proposito di galline. Razzolavano per le vie dal mattino presto quando la massaia metteva fuori "a caggia"; al tramonto si tenevano vicine al pollaio per il riposo notturno. La gallina non dormiva coi piedi a terra, ma sul trespolo, che era una barra di legno fissata a due estremità della stia. La padrona le chiamava a raccolta in vari modi. A seconda del paese d'origine delle famiglie si usava un richiamo diverso; alcune usavano gridare "puripo'  ... puripo'". Secondo l'interpretazione di alcuni, questo era il richiamo tipico dei paesi d'antica origine gallica, tipo Sperlinga e Nicosia, e si sarebbe trattato dell'espressione d'antico francese "Pour  repos".
Non sempre tutte le galline tornavano al pollaio, qualcuna sì, quando era "straviata", cioè aveva perso l'orientamento. Quando non tornava qualche mano se l'era presa per il brodo del giorno dopo. Era un evento quasi tragico per la povera padrona che lanciava maledizioni alla vicina presunta ladra. La mattina presto dopo una notte forse insonne andava in giro per le vie intorno per vedere se ci fossero sparse tra le immondizie del quartiere piume e penne del colore della gallina scomparsa.
Allo scopo di riconoscere le proprie galline contro ogni contestazione, si usava ritagliare tanti pezzettini di stoffa d'una stessa pezza e ognuno di questi si cuciva con ago e filo, a vivo, all'estremo lembo di pelle dell'ala dei poveri animali.
Per rinnovare il pollaio a primavera, quando le galline diventavano chiocce, la temperatura del corpo s'innalzava, la padrona preparava un giaciglio di paglia "nno n' cufìnu", vi metteva una ventina di uova e sopra vi si adagiava la chioccia, futura madre di uova non tutte sue.
Qui essa stava tranquilla per tre settimane: beveva da un bicchiere con acqua affondato nella paglia per non farlo rovesciare. Si faceva scendere una volta al giorno per mangiare e per defecare. Le uova venivano coperte con uno scialle di lana, ma il pensiero assillante della chioccia era di tornare a covare.
Al 21° giorno i primi pulcini dall'interno del guscio praticavano un buchino e a poco a poco venivano fuori. La massaia toglieva da sotto la madre i neonati che erano posti "nno munniddu" coperti d'una stoffa di lana. Era commovente vedere quelle creaturine uscite dal guscio umide che sembravano spelacchiate e subito asciugatesi sembravano batuffolini di fine cotone.  Quando l'ultimo uovo si schiudeva, la chioccia saltava "do cufìnu" e chiamava a raccolta i bioccoli che la seguivano per qualche settimana, fin quando divenivano in grado di beccare da soli. Quello era uno spettacolo che oggi non è consentito alle giovani generazioni. Oggi si usano le incubatrici e il tutto è industrializzato.
Se qualcuno pensasse di creare un ambiente a caldo per 21 giorni a delle uova, stia tranquillo che non succederebbe nulla. Quelle che compriamo al supermercato sono uova di galline... “signorine”.
Senza il gallo l'uovo è incompleto, per questo in ogni pollaio c'era almeno un gallo, in quelli più grandi tre, mai due, perché finirebbero per ammazzarsi tra loro...
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« Risposta #5 inserita:: 22 Aprile 2009, 21:50:47 »

                                                  A TTI DI L’UVU! Vedi anche: www.bellarrosa.blogspot.com

Fin da ragazzo ogni tanto sentivo ripetere con una certa amarezza questa espressione. Chiesi spiegazione e mi fu fatto il nome di un certo professionista villarosano che aveva delle terre nel vicino Santo Rocco, proprio sotto dove finisce il corso Regina Margherita verso nord, s’affacciava di lì e osservava gli zappatori “all’antu” che affiancati procedevano per rimuovere la terra. Quando il padrone riteneva che il ritmo lavorativo s’allentava, portava ambo le mani aperte a mo’ di megafono ai bordi della bocca e gran voce gridava: - A tti di l’uvu!
Quasi d’incanto il ritmo accelerava.
Soddisfatto tornava al tavolo da gioco nel vicino Circolo dei Galantuomini, che si trovava dove oggi sorge il Municipio. Quando poi voleva sgranchirsi le gambe tornava alla “timpa” panoramica e ripeteva il solito grido a cui seguiva identico risultato.
Quale effetto magico potevano avere quelle quattro brevi parole?
Ogni tanto il furbo professionista all’atto di dare il salario, ai più valenti zappatori lasciava scivolare furtivamente un uovo in una tasca e sussurrava con tono amoroso: - Ppo picciriddu.
I beneficiati si sentivano in obbligo verso il padrone e ricambiavano la cortesia con maggiore solerzia nel ritmo di lavoro, stimolando implicitamente gli altri, che ignari ne seguivano l’esempio.
Sono arrivato a questa mia età ritenendo che l’astuzia del proprietario villarosano fosse una sua originale trovata.
Un giorno parlando con un mio amico della mia stessa età, originario di Adrano, appresi per caso e con meraviglia lo stesso episodio che egli attribuiva a tale barone C.
Qualche giorno dopo, in altra sede, volli far cadere il discorso su questo genere di astuzie con un professionista di Giardini. Pure lui mi confermò che in tempi ormai lontani nella sua cittadina aveva conosciuto un possidente che si comportava allo stesso modo.
Tutti ricchi possidenti e tutti uguali col tarlo dello sfruttamento al massimo del povero bracciante.
Tutti della stessa pasta, ma con una differenza, solo di carattere dialettale:
Da noi: - A tti di l’uvu!
Là: - A tti di l’ovu!
« Ultima modifica: 07 Febbraio 2011, 23:20:50 da osvaldo » Registrato

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« Risposta #6 inserita:: 26 Aprile 2009, 10:01:30 »

Non avevo mai sentito dire questa espressione...
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« Risposta #7 inserita:: 21 Maggio 2009, 23:28:18 »

 LA STORIA DI PEPPI E DEI SUOI “FRATELLI”  Vedi anche: www.bellarrosa.blogspot.com

Erano tristi i tempi passati, specialmente per i poveri, gli sfortunati disabili, gli  invalidi del lavoro, i lavoratori giornalieri che d'inverno facevano la fame.
Prima d'introdurre una breve storia in cui è vittima un gallina, il protagonista umano mi induce a ricordare che, in aggiunta alla sua povertà, c'era quella di trovatello, “pigliatu do turnu”.
I casi frequentissimi di povertà incoraggiavano molti ricchi ad abusare di povere ragazze, in genere servette di casa. L'antica usanza feudale del “jus primae noctis” anche se ufficialmente non sussisteva, sotto sotto era sempre vigente fra nobili e borghesi.
I frutti di questi abusi nottetempo venivano depositati presso qualche badìa. L'incaricato faceva girare una ruota e davanti a sé all'esterno gli arrivava un piccolo ricettacolo a guisa di culletta atto a contenere un neonato; quindi suonava il campanaccio del portone e attendeva che una monaca rigirasse la ruota e portasse dentro al riparo il pargoletto.
Queste povere creaturine, considerate frutto del peccato, erano rifiutate da chi l'aveva messe al mondo e accolti come appestati dalla comunità umana... legittimata dai crismi dell'ipocrisia imperante.
La gente li chiamava “muli”.
Ricordo un giovane padre di famiglia robusto e muscoloso, uno dei primi a lasciare il paese nel dopoguerra, che non aveva cognome per i villarosani, per tutti era “Cicciu u mulu”.
Un altro poveretto, grande invalido cieco della Grande Guerra, non era chiamato col suo cognome, ma era per tutti era “u proiettu”.
Io ragazzo confondevo quel nomignolo con la parola “puietu”, poeta.
Quando fui più grande mi chiedevo perchè non partecipasse a nessuna gara di poesia  e scoprii che il suo era uno sprezzante nomignolo che indicava lo stato di “rifiutato, abbandonato, lanciato, buttato”.
Di questi esempi se ne potrebbero citare a decine.
Tutto ciò non era solamente un problema di forma, ma di sostanza: c'era un comune disprezzo  per questi sfortunati nostri fratelli. Non sentii mai levare una voce in loro favore da nessun pulpito o cattedra: disconosciuti da quelli che li misero al mondo e reietti della società che li accoglieva.
Raccontava mia nonna che molti di questi poveretti disprezzati nel loro paese, quando riuscirono ad  emigrare negli USA non diedero più nessuna notizia di sé. I sapientoni locali commentavano questa giustificata risoluzione con un detto allora comune: “Puru cche muli cci voli furtuna”.
Ad onor del vero bisogna dire che i casi di disprezzo dell'affiliato non erano la totalità, almeno in famiglia. Gli affiliati della mia generazione erano più integrati in casa e in tantissime non si notava affatto la differenza: conosco qualche caso in cui si aveva un occhio particolare per il figlio non di sangue. 
Putroppo molte altre famiglie i figli legittimi mal sopportavano “u mulu” di casa...
Gli stessi cognomi talvolta denotano ancora oggi un'antica triste condizione: Proietti, Trovato, Esposito, ecc...
Oggi, ad esempio, non facciamo caso a tantissimi cognomi al femminile: erano i figli d'una “criata” di casa che col permesso del padrone, padre inconfessato, tratteneva il bimbo fra la servitù e al battesimo la creatura era registrata col cognome ricavato dal nome della madre.
Quelli deposti in qualche istituto venivano affidati a coppie senza figli o a poveretti che per un misero sussidio da parte della Prefetto se li tenevano in casa per affidarli come “carusi” a un picconiere o per fruire, dopo i primissimi anni, dell' aiuto nel lavoro del campicello.
Il personaggio che segue, Peppi, appartiene a questa categoria e la sua storia, a me da lui stesso raccontata, è una testimonianza diretta.
Egli, più anziano di me, visse a cavallo tra l'antica visione crudele e quella più umana vicina al mio tempo.
A gnura Pruvidenzia aveva avuto solamente figlie femmine e il maschio tanto atteso che aiutasse il marito nel lavoro del misero poderetto non arrivò. Decisero così di  farsi affidare un “trovatello”, che chiamarono Peppi, che crebbe tra casa e campo.
L'idea fissa da gnura Pruvidenzia era quella di dotare le figlie d'un modesto corredo, così s'industriava come meglio poteva  vendendo alle vicine qualche mazzo di verdura che Peppi le portava dalla campagna e le uova delle sue galline che teneva nella stalla insieme con il mulo.
Era la loro una comune casa di poveri contadini, dove  il risparmio era una necessaria consuetudine. L'alimentazione era quella che proveniva dal campicello e la vendita delle uova e della carne dei galletti serviva a comprare pezze di tela e percalle che le figliole ricamavano con estrema cura.
Non c'erano spese extra; dal macellaio non s'entrava nemmeno.
Peppi poteva mangiare in abbondanza carne di pollo solo quando “u morbu de' gaddini” (una specie di aviaria che ogni tanto faceva strage di pollame) colpiva l'economia domestica da gnura Pruvidenzia e delle altre massaie del paese.
“A carni ammurbata” non aveva il gusto  saporoso di quella del pollo scannato, ma Peppi  s'adattava.
Ci fu un periodo che il temutissimo morbo non colpì i pollai di Villarosa; il desiderio di carne era divenuto struggente in Peppi, ma non succedeva niente per consolare la bramosia di un bel cosciotto di pollo...
Una mattina la smania era più pungente del solito; aveva in mano la zappa che stava legando alla sella del mulo, quando la brandì in alto e l'appioppò con forza sul dorso d'una innocente gallina che l'era capitata davanti.
Peppi la prese e  facendosi il viso afflitto andò dalla madre incolpando del delitto il mulo.
A gnura Pruvidenzia scaricò “na sarsuliata” di imprecazioni contro il mulo e alla sua mala sorte, mentre Peppi riprendeva la via della stalla.
Quel giorno Peppi lavorò di buona lena consapevole che a casa l'aspettava un caldo brodo e un porzione tutta sua di pollame...
La sera invece trovò un caldo piatto di pasta e lenticchie, di cui la gnura Pruvidenzia sapeva che il suo Peppi andava matto.
Il povero contadino, per nulla consolato dal consueto legume, incredulo esclamò: - E a gaddina?
La buona donna l'aveva venduta a donna Pina...
La sera seguente ci fu una mezza sorpresa, la povera madre, che amava tanto il suo figliolo, gli fece trovare a cena due pezzetti di baccalà fritto.
Questo pesce salato, a differenza di oggi che costa un po' più della carne, allora ne era un surrogato di proteine per le famiglie povere; nelle feste e in particolari avvenimenti familiari.
« Ultima modifica: 07 Febbraio 2011, 23:21:28 da osvaldo » Registrato

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« Risposta #8 inserita:: 22 Maggio 2009, 11:50:21 »

Grazie osvaldo per la storia raccontataci  Buono!

Ero a conoscenza della premessa che hai raccontato, il termine "mulo" lo sento dire ancora oggi per indicare i figli illegittimi o presi in casa.
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« Risposta #9 inserita:: 22 Maggio 2009, 19:48:01 »

Anch'io sapevo  di queste situazioni un po "ambigue"
ma mi chiedo, Osvaldo,
in che misura il fenomeno di figli illeggittimi o orfanelli/abbandonati fosse presenti nel nostro paese; "la bussola", "la ruota", ne avevamo molte a Villarosa?
C'erano degli orfanotrofi?


« Ultima modifica: 22 Maggio 2009, 19:50:19 da Rommel » Registrato

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« Risposta #10 inserita:: 22 Maggio 2009, 22:19:02 »

Anch'io sapevo  di queste situazioni un po "ambigue"
ma mi chiedo, Osvaldo,
in che misura il fenomeno di figli illeggittimi o orfanelli/abbandonati fosse presenti nel nostro paese; "la bussola", "la ruota", ne avevamo molte a Villarosa?
C'erano degli orfanotrofi?


                                                Ancora di casi di trovatelli e comune miseria

Di ruota a Villarosa non ne ho mai sentito parlare; in vari tempi ci sono stati orfanotrofi  maschili e femminili. La famiglia della nonna paterna era d'un paese della provincia di Caltanissetta (come lo era allora pure Villarosa) e mio padre mi parlava del marito d'una cugina di lì che era noto a tutti col nomignolo di “giralarota”, a Villarosa c'era una donna che nessuno la nominava col suo vero cognome, per tutti era “donna L. a turnara”
Ho conosciuto tante persone che oggi non sono più che avevano cognomi di fantasia, ma si consideravano figli di borghesi di Villarosa. Nessuno però è stato in grado di appurare la veridicità delle loro personalissime affermazioni. Faccio solo qualche cognome di “padri in pectore”: Fiorentino, Notarianni, Marguglio, ecc... ma saranno stati veri padri naturali o erano “genitori immaginari”creati dal desiderio di avere un'identità di rivalsa che supplisse alle umiliazioni subite?
C'era una signora sposata ad un modesto artigiano locale, che da notizie uscite dalla famiglia, periodicamente si recava ad Enna in casa di un noto barone  e ritornava con le sporte piene di cibarie. In quella casa l'accoglievano tacitamente, senza crismi di legalità, ma tutti i familiari legittimi  la consideravano figlia spuria del barone...
Decenni addietro un nostro concittadino era umanamente smanioso di conoscere la vera origine; s'era convinto di discendere da un nobile casato, ma dalle ricerche approfondite scoprì un caso di estrema miseria in tutti i sensi.
Come non capire il dramma di questi poveretti!
Per stare sul tema dei casi di comune miseria, un nobile, un ricco gabelloto o un galantuomo che s'era stufato di una donna che s'era goduta, le dava il “ben servito”: faceva sapere nella masseria e nei dintorni che dotava la sua ex di un mulo (questa volta si tratta del comune quadrupede).
Possedere un animale da soma per un poveraccio era il massimo che si potesse desiderare, così si trovava sempre qualcuno che sposasse una donna "disonorata" pur di passare ad una condizione migliore!
« Ultima modifica: 23 Maggio 2009, 14:30:59 da osvaldo » Registrato

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« Risposta #11 inserita:: 23 Maggio 2009, 15:09:21 »

Osvaldo,
hai parlato di condizione di miseria, di scala sociale, come si articolava nello specifico? mi spiego meglio, Villarosa era economicamente distinta in grandi comparti: Minatori, Contadini, Borghesi. Nobili (pochi)
All'interno di questi comparti (non parlo di classi volutamente)
c'era una scala sociale?, penso determinata dallo status economico e dalla condizione familiare. Esempio c'era il massaro, il mezzadro, il gabellotto......
c'era il picconiere, l'arditore, ....il caruso....

e poi?
ad esempio a scuola andavano tutti assieme o i figli dei benestanti avevano un "maestro" privato....

Ricordi qualcosa, in merito al periodo della tua infanzia relativo a questa suddivisione o hai qualche ricordo dei tempi della scuola?
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« Risposta #12 inserita:: 24 Maggio 2009, 00:11:13 »

Osvaldo, hai parlato di condizione di miseria, di scala sociale, come si articolava nello specifico? mi spiego meglio, Villarosa era economicamente distinta in grandi comparti: Minatori, Contadini, Borghesi. Nobili (pochi)
All'interno di questi comparti (non parlo di classi volutamente) c'era una scala sociale?, penso determinata dallo status economico e dalla condizione familiare. Esempio c'era il massaro, il mezzadro, il gabellotto...... c'era il picconiere, l'arditore, ....il caruso....e poi?
ad esempio a scuola andavano tutti assieme o i figli dei benestanti avevano un "maestro" privato....
Ricordi qualcosa, in merito al periodo della tua infanzia relativo a questa suddivisione o hai qualche ricordo dei tempi della scuola?

Cominciamo dai copricapi: "cuppuli e cappedda".
Erano in sommi capi i segni più vistosi d'una certa distinzione sociale, che però non era obbligata come una divisa. Di festa qualche artigiano usciva in piazza col cappello.
Altra distinzione: Don e Donna e Mastru e Gnura
1946: prime elezioni amministrative. A Villarosa erano in lizza due liste: quella della Democrazia Cristiana e quella civica con emblema il Leone capeggiata da un ex sindaco del periodo prefascista, don Peppino Profeta, a cui s'erano unite le sinistre.
Mio padre fu eletto e mai più si preentò. Io dodicenne seguivo le vicende democratiche che per me erano assolute novità.
Vinse la lista popolare e subito spontaneamente si formò un immenso e composto corteo che fece il giro del paese.
Mi colpì la frase di un signore che rivolgendosi a mio padre disse: - nun cc'è mancu un cappiddu!
Io curioso salii su degli scalini della via Milano e appurai l'affermazione appena sentita.
C'era pure una zona intermedia fra il Don e il Mastro, che si risolveva con “zzi”: zzi Pe', zzi Turì, zzi Marì, zzi Minichì....
Sconfinare da queste regole comportava biasimo ed ironia: c'era una donna che proclamava, in italiano: - Io sono la signora Alessi... ma la si compativa come persona un po' stramba...
Artigiani, commercianti, impiegati e rispettive mogli erano chiamati col Don e Donna.
Fino agli anni '60 i contadini, anche i più facoltosi, d'inverno usavano “ a scappulara” , scapolare, una specie di pesante mantello con cappuccio. Gli altri s'arrangiavano come potevano...
In tempi più antichi, professionisti e galantuomini, portavano eleganti mantelli. Ai tempi della mia infanzia chi si voleva distinguere dal popolino indossava il cappotto.
Come si evince c'era una scala sociale variegata che ciascuno rispettava per timore d'essere preso in giro, ma non c'era un obbligo legale: era una convenzione tacitamente rispettata.
In fondo era il reddito che creava il discrimine. In ogni categoria c'era anche una scala di  valori a seconda  delle capacità professionali o dal modo di proporsi al prossimo.
I vari mondi sociali erano poco permeabili, ma si poteva passare dall'uno all'altro nel corso delle generazioni. Importante era la considerazione  morale della famiglia, ma il reddito e il potere erano più attraenti, come oggi del resto.
Della scala agricola l'ultimo era, ed è ancora, “u jurnataru”; di quella zolfifera “ u panuttaru”, quello che impastava le polveri inerti miste a scagliette di zolfo che asciugate venivano infornate per trarne       un po' di zolfo liquido. I “panutti” formavano “u ginisi” che era un ottimo materiale idrorepellente per costruire stradelle, ovviamente adatte ai tempi.
Teoricamente la scuola era aperta  a tutti, in effetti ad una striminzita minoranza. Un solo esempio potrà dare un'idea approssimativa. Nella mia prima classe, anno scolastico 1940-41, gli iscritti eravamo 56 [ho la fotocopia del registro]; qualche altra classe prima non ne aveva di meno. Non  tutti i nati del 1934 [si tenga presente che allora mancavano poche decine di abitanti per arrivare ai 12.000] varcarono quel primo ottobre il portone del novello palazzo scolastico Silvio Pellico”, almeno altrettanti erano per le strade del paese o in campagna. Dei miei 56 compagni in quinta se ne potevano contare si e no quante le dita d'una mano e gli altri dieci erano i reduci delle altre prime e qualche ripetente. Restavano fuori della scuola i poveri che non possedevano un paio di scarpe.
Fra le gallerie di foto del sito ce n'è una di gruppo dove la metà dei ritratti seduti a terra mostrano con assoluta naturalezza i piedi nudi. La foto mi pare degli anni '50, lascio immaginare quanti piedi scalzi nei decenni precedenti...
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« Risposta #13 inserita:: 24 Maggio 2009, 12:40:32 »

ho presente quella foto
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« Risposta #14 inserita:: 24 Maggio 2009, 15:42:22 »

Ho fatto vedere quella foto a mio papà (classe 33)e a mia zia,sua sorella,(classe 47). Sono rimasti entrambi stupiti e quasi increduli. non ricordavano di aver mai visto a Villarosa cose del genere
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