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Autore Discussione: Poesie... che m'incantano  (Letto 115649 volte)
rosmauro


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« Risposta #60 inserita:: 22 Giugno 2007, 15:57:01 »

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell'abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle "i"
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle
che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno
di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi e' infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza
per l'incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette
almeno una volta nella vita
di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio,
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o
della pioggia incessante.
 
Lentamente muore
chi abbandona un progetto
prima di iniziarlo,
chi non fa domande
sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde
quando gli chiedono
qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo
di gran lunga maggiore
del semplice fatto di respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà
al raggiungimento
di una splendida felicita'.

Pablo Neruda
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Laetus deget cui licet in diem dixisse: vixi.
È felice chi, giorno per giorno, può dire: ho vissuto!

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« Risposta #61 inserita:: 22 Giugno 2007, 16:54:18 »

Grazie, Rosmauro, per aver citato questa bella poesia di Pablo Neruda! (l'ho copiata)
 
Non lo conosco bene, questo poeta.  Devo darmi da fare per leggerne di più, di poesie sue.....

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rosmauro


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« Risposta #62 inserita:: 22 Giugno 2007, 17:07:47 »


Eccotene un'altra

IL TUO SORRISO

Toglimi il pane, se vuoi,
toglimi l' aria, ma
non togliermi il tuo sorriso.

Non togliermi la rosa,
la lancia che sgrani,
l' acqua che d' improvviso
scoppia nella tua gioia,
la repentina onda
d' argento che ti nasce.

Dura è la mia lotta e torno
con gli occhi stanchi,
a volte, d' aver visto
la terra che non cambia,
ma entrando il tuo sorriso
sale al cielo cercandomi
ed apre per me tutte
le porte della vita.

Amor mio, nell' ora
più oscura sgrana
il tuo sorriso, e se d' improvviso
vedi che il mio sange macchina
le pietre della strada,
ridi, perchè il tuo riso
sarà per le mie mani
come una spada fresca.

Vicino al mare, d' autunno,
il tuo riso deve innalzare
la sua cascata di spuma,
e in primavera, amore,
voglio il tuo riso come
il fiore che attendevo,
il fiore azzurro, la rosa
della mia patria sonora.

Riditela della notte,
del giorno, delle strade
contorte dell' isola,
riditela di questo rozzo
ragazzo che ti ama,
ma quando apro gli occhi
e quando li richiudo,
quando i miei passi vanno,
quando tornano i miei passi,
negami il pane, l' aria,
la luce, la primavera,
ma il tuo sorriso mai,
perchè io ne morrei.

Pablo Neruda
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« Risposta #63 inserita:: 22 Giugno 2007, 18:43:48 »

Grazie!!!      Bellissima, questa, Rosmauro!   

Senz'offesa a nessuno, nè .... e, anche se sei uomo  :            fiori    per te.
 
Mi sapresti dare il titolo della raccolta da dove hai attinto queste 2 poesie?  E magari l'evt. casa editrice?

Stavo giusto cercando, or'ora, sotto www.bol.it qualche raccolta di Neruda...
« Ultima modifica: 22 Giugno 2007, 20:01:52 da lia » Registrato

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« Risposta #64 inserita:: 22 Giugno 2007, 19:19:54 »


Sonetto del dolce lamento


Temo di perdere la meraviglia
dei tuoi occhi di statua e la cadenza
che di notte mi posa sulla guancia
la rosa solitaria del respiro.

Temo di essere lungo questa riva
un tronco spoglio, e quel che più m'accora
è non avere fiore, polpa, argilla
per il verme di questa sofferenza.

Se sei tu il mio tesoro seppellito,
la mia croce e il mio fradicio dolore,
se io sono il cane e tu il padrone mio

non farmi perdere ciò che ho raggiunto
e guarisci le acque del tuo fiume
con foghe dell'Autunno mio impazzito.

Federico Garcia Lorca
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"Credo che gli amici siano angeli silenziosi
che ci aiutano a rimetterci in piedi
quando le nostre ali non si ricordano più
come si fa a volare"
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« Risposta #65 inserita:: 22 Giugno 2007, 20:06:25 »

Ecco, Nephilem, un'altro poeta di cui conosco poco le poesie.

Bellissima anche questa poesia di Federico Garcia Lorca!   

GRAZIE anche a te!!           (si può, no? Tanto è solo virtualmente.....)
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« Risposta #66 inserita:: 23 Giugno 2007, 08:02:01 »

NUOVI  VERSI  ALLA  LINA

I.
Una donna! E a scordarla ancor m’aggiro
io per il porto, come un levantino.
Guardo il mare: ha perduto il suo turchino,
e a vuoto il mondo ammiro.

Una donna, una ben piccola cosa,
una cosa – Dio mio! – tanto meschina;
poi una come lei, sempre più ascosa
in se stessa, che pare ogni mattina
occupi meno spazio a questo mondo,
dare ad un’esistenza il suo profondo
dolore; solo io qui sentirmi e sperso,
se più di lei la mia città non riempio;
spoglio per essa, e senz’altare, il tempio
dell’universo.

Una donna, un nonnulla. E i giorni miei
sono tristi; una donna ne fa strazio,
piccola, che una casa nello spazio,
un piroscafo è tanto più di lei.
[…]
                                                Umberto Saba
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« Risposta #67 inserita:: 23 Giugno 2007, 12:13:54 »

Notte dell'amore insonne

Notte alta, noi due e la luna piena;
io che piangevo, mentre tu ridevi.
Un dio era il tuo scherno; i miei lamenti
attimi e colombe incatenate.

Notte bassa, noi due. Cristallo e pena,
piangevi tu in profonde lontananze.
La mia angoscia era un gruppo di agonie
sopra il tuo cuore debole di sabbia.

L'alba ci ricongiunse sopra il letto,
le bocche su quel gelido fluire
di un sangue che dilaga senza fine.

Penetrò il sole la veranda chiusa
e il corallo della vita aprì i suoi rami
sopra il mio cuore nel sudario avvolto.

Federico Garcia Lorca


Ecco, Nephilem, un'altro poeta di cui conosco poco le poesie.

Bellissima anche questa poesia di Federico Garcia Lorca!   

GRAZIE anche a te!!           (si può, no? Tanto è solo virtualmente.....)

Non ringraziarmi... è stato un piacere... questo poeta che conoscevo solo di nome, mi fu ricordato guardando un film alcuni giorni fa sulle reti mediaset,  il quale fu citato dal protagonista, quindi sono andato alla ricerca di qualche sito per documentarmi... ed ho trovato diversi siti a lui dedicati tra cui questo che ti indico il link http://www.stedo.it/poesie/lorca1.htm dove tra l'altro ho preso le due poesie che ho postato.

Citazione
GRAZIE anche a te!!            (si può, no? Tanto è solo virtualmente.....)

Certo che si può  :-D i baci, anche se virtuali sono sempre ben accetti  Buono!
« Ultima modifica: 23 Giugno 2007, 12:23:17 da nephilem » Registrato


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« Risposta #68 inserita:: 23 Giugno 2007, 12:45:24 »

UNA MAMMA E UN FIGLIO.Un neonato piangente.In braccio a una mamma,che culla teneramente.Un bambino capriccioso,consolato da una mamma,con fare affecttuoso.Un ragazzo svogliato,che da mamma,viene aiutato.Un giovane uomo emigrato,fa soffrire una mamma dal cuore affaticato.un uomo gia sposato corre da una mamma dal cuore malato.Un momento di gioia,vive una mamma affranta,quando vede la nipotina che canta.Un uomo in ginocchio piangente,ai piedi di un mamma,che ormai ''non piu sente''.Un figlio addolorato,per la sua mamma che ha sempre amato.GANGI.
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« Risposta #69 inserita:: 23 Giugno 2007, 13:25:12 »

Caluzzo sei migliore!!! Mi hai fatto commuovere!
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« Risposta #70 inserita:: 23 Giugno 2007, 14:04:19 »

Grazie a te per il complimento giacuminu.
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« Risposta #71 inserita:: 23 Giugno 2007, 16:40:22 »

Grazie, Nephilem, mi sono segnata il sito, dove trovo parecchi poeti contemporanei o, meglio, del Novecento.
Ci tornerò spesso a leggere.       :-) 
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« Risposta #72 inserita:: 23 Giugno 2007, 20:26:03 »

perchè non citare il sommo poeta Dante Alighieri dalla Divina Commedia Cantica " Inferno" canto III

Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
       Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina podestate,
la somma sapienza e ’l primo amore.
       Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate".
       Queste parole di colore oscuro
vid’io scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».
       Ed elli a me, come persona accorta:
«Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.
       Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’hanno perduto il ben de l’intelletto».
       E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.
       Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.
       Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle
       facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.
       E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?».
       Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.
       Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
       Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».
       E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor, che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.
       Questi non hanno speranza di morte
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidiosi son d’ogne altra sorte.
       Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
       E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;
       e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.
       Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.
       Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.
       Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.
       Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.
       E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d’un gran fiume;
per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi
       ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com’io discerno per lo fioco lume».
       Ed elli a me: «Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d’Acheronte».
       Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no ’l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi.
       Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: «Guai a voi, anime prave!
       Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.
       E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti».
Ma poi che vide ch’io non mi partiva,
       disse: «Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti».
       E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».
       Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
       Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude.
       Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.
       Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch’attende ciascun uom che Dio non teme.
       Caron dimonio, con occhi di bragia,
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.
       Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,
       similemente il mal seme d’Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.
       Così sen vanno su per l’onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s’auna.
       «Figliuol mio», disse ’l maestro cortese,
«quelli che muoion ne l’ira di Dio
tutti convegnon qui d’ogne paese:
       e pronti sono a trapassar lo rio,
ch‚ la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio.
       Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona».
       Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.
       La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;
      e caddi come l’uom cui sonno piglia.
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« Risposta #73 inserita:: 23 Giugno 2007, 22:39:22 »

IL TUO CUORE:Senti il tuo respiro, ascolta il tuo cuore egli non puo mentire perche´é nella verita´e questo saprai se nel silenzio lo ascolterai.GENCO.
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« Risposta #74 inserita:: 24 Giugno 2007, 07:45:06 »

Cito Nephilem :
"perchè non citare il sommo poeta Dante Alighieri dalla Divina Commedia Cantica " Inferno" canto III "


Eeehhh, certo.      Dante è non solo il primo sommo poeta nella lingua italiana, ma viene studiato (almeno ai miei tempi) da tutti quelli che in altri paesi del mondo studiano letteratura all'Università.

Però, se io ora, dopo 35 anni di permanenza in Italia (e non di madrelingua italiana) riesco a seguire qualcuno dei passi più famosi, quando per es. R. Benigni o V. Gassman li cita(va)no in televisione, non altrettanto succede nel leggermeli da sola.
E' troppo difficile per me, ancora oggi, accedervi da sola.
Per leggere Dante mi ci vorrebbe sempre l'aiuto di qualcuno accanto.   Purtroppo...

   
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