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Villarosa => La storia => Discussione aperta da: osvaldo - 01 Novembre 2008, 18:38:17



Titolo: Le nostre tradizioni
Inserito da: osvaldo - 01 Novembre 2008, 18:38:17
Scorrendo le news salta quest'oggi agli occhi il putiferio scatenato in tutta Italia, ed in Sicilia in particolare,  dalla "tradizione non nostra" di Halloween. A Regalbuto auto e vetrine incendiate; a Palermo notte di paura per 4000 ragazzi che festeggiavano in una villa inidonea ad accogliere tanta gente esagitata; nella confusione sono stati effettuati scippi e furti con destrezza, nel locale e per le vie a turisti stranieri. Ai morti del sabato sera si sono aggiunti quelli del venerdì notte della "festa" di Halloween, un po' dappertutto...
Ogni occasione è buona per far nostre tradizioni altrui che non ci "azzeccano" per nulla con le nostre.
Ogni usanza altrui trapiantata in terre lontane mille miglia non risulta mai come si vuole. Esse sono l'occasione per fare casino e far danno a persone e cose....


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: osvaldo - 01 Novembre 2008, 21:32:23
                                    La tradizione dei Morti a Villarosa
La notte di Halloween è troppo vicina alla nostra Commemorazione dei Defunti, tipicamente e soltanto siciliana.
Questa è tutta nostra, antica e genuina. Per il popolo dei bla bla tutto ciò che viene da lontano è chic; le nostre cose sono considerate tutte baggiane. Non ci accorgiamo che questo nostro atteggiamento esterofilo è sintomo del più becero provincialismo.
La nostra antica usanza, non imitata da nessun’altra regione, ha un profondo significato umano che nessun Halloween può avere. E’ la festa dei bimbi, quella che per altre regioni è la Befana. Questa è una vecchia brutta e buona, invece le nostre “befane” sono i nostri “murticiddi”, quelli che ci hanno preceduto, quelli che ci hanno lasciato eredità d’affetti e quant’altro.
I bambini trovano accanto al proprio lettino il giocattolo che hanno desiderato e con somma ingenuità credono che glieli abbia portato il nonno, la nonna…
Costoro non ci sono più ed hanno lasciato un gran vuoto nel cuore dei grandi; per i piccoli invece è una festosa ricorrenza che li tiene ingenuamente legati a quanti non sono più.
Gli anni della mia infanzia coincisero con quelli della guerra che portò tante ristrettezze, nondimeno c’era sempre qualcosa per me: un giocattolino, un pupo di zucchero, qualche frutta marturana, noci, castagne, l’ultima melagrana, …
Il giocattolo tipico era semplice ed efficace, “u purricinedda”, Pulcinella.
Era costruito da un pupazzetto a mezzo busto montato su una base su cui di dietro era inchiodata un’asta che arrivava ad altezza delle mani del bimbo; in basso c’erano due ruote sulla cui asse al centro, nascosta dalla camicia, c’era una piega nel fil di ferro. Le ruote girando sul pavimento creavano il movimento delle braccia del Pulcinella. Nelle mani di questo c’erano attaccati due piattini di latta che andavano a battere su altri due fissi sulla base del giocattolo. Esso risultava semplice e di grande effetto; nell’epoca del computer e dei giocattoli radiocomandati, un aggeggio tanto semplice è decisamente bandito.
Si andava al cimitero ma il giocattolo si lasciava a casa per ricominciare a giocarci al ritorno. In tal modo il bimbo capiva che il congiunto che si è ricordato di lui gli vuole bene, ma che il luogo in cui si trova ora è sacro.
Vorrei esprimere altre sensazioni prettamente personali della mia prima infanzia, ma preferisco chiedere ai più giovani come è stata la loro “festa” dei morti e come l’hanno percepita, in tempi più vicini dei miei.


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: cigliazza - 02 Novembre 2008, 00:07:02
Bravo osvaldo, sono d'accordo anch'io con quanto hai esprsso nei precedenti post  :good:
L'esterofilia che tanto va di moda ci fa dimenticare certe antiche tradizioni...

Io e mia sorella aspettavamo con ansia il 2 Novembre perchè i nostri nonni ci facevano trovare sempre quacosa, il più delle volte si tattava di giocattoli o vestiti ed assieme ad essi trovavamo una pupa di zucchero. I regali dei "murticiddi"dovevamo cercarli, ma li trovavamo sempre nel balcone della casa dei miei nonni  :D


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: niki - 02 Novembre 2008, 11:13:56
Mi ricordo quando ero piccolo che mia mamma la sera prima dei morti mi metteva a letto dicendomi se fai il bravo domani i morti ti portano un regalo, effettivamente la mattina seguente mi alzavo di buona mattinata per andare a cercare, e trovavo sulla tavola dei regali un giocattolo e dei  dolci tipici "l'ossa de murti" "a frutta marturana" "u  pupu di zuccaru" :yahoo:  quando si andava al cimitero mi ricordo che pensavo che i morti mi volevano bene  :good:. Grazie sempre al nostro amico Osvaldo per farci ricordare i nostri tempi passati e le nostre tradizioni. :grande:


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: osvaldo - 02 Novembre 2008, 13:12:38

Io e mia sorella aspettavamo con ansia il 2 Novembre perchè i nostri nonni ci facevano trovare sempre quacosa, il più delle volte si tattava di giocattoli o vestiti ed assieme ad essi trovavamo una pupa di zucchero. I regali dei "murticiddi"dovevamo cercarli, ma li trovavamo sempre nel balcone della casa dei miei nonni  :D

Bella l'idea di trovare i doni al balcone. Trovarli accanto al letto era il mio cruccio: come facevano i cari morti ad entrare se le porte e le finestre erano chiuse?
I grandi mi rispondevano che i morti si facevano piccoli piccoli come mosche ed entravano dalle fessure. Io, razionalista fin da piccolo, replicavo: va bene che  i morti si potevano fare piccoli perchè stanno con Gesù, ma i giocattoli pure? Insomma non la ingoiavo la risposta, così mi documentai coi cugini più grandi e seppi che erano le mamme che mettevano i regali. Ciò però non tolse il fascino dell'idea che i morti erano vicini a noi e che ci amavano ancora, anche quelli che non ci avevano conosciuti.


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: Rommel - 02 Novembre 2008, 15:16:31
le tradizioni sono un pezzo della nostra cultura che rischia di perdersi a fronte di feste commerciali com HALLOWEEN
dobdiamo essere
un po campanilisti ma nel limite del possibile mantenerle per non perdere i legami con il nostro passato


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: annette - 02 Novembre 2008, 18:24:04
io invece ricordo la notte dell'1 novembre con terrore...
mi raccontavano i miei cugini che i morti vagavano per le strade per portare i doni ai loro cari piccoli...e che dovevamo dormire e non svegliarci durante la notte perchè altrimenti ci avrebbero portati con loro...molto macabra come tradizione direi...
io infatti non riuscivo mai ad addormentarmi presto per la fifa che avevo...in compenso, prò la mattina dopo ricevevo il tipico pupo di zucchero...e qualche giocattolo...
Ma vi ricordate che gusto avevano i pupi? Io nn lo mangiavo quasi mai...non è che era così delizioso!!!!
Comunque sono anch'io del parere che le tradizioni non si dovrebbero perdere mai...ma purtroppo viviamo nella globalizzazione ed Halloween diventerà anche una nostra festa...che lo vogliamo o no!!!


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: Rommel - 02 Novembre 2008, 20:02:33
se sarà anche la nostra beh senza dubbio, ma nulla vieta di non dimenticare le tradizioni e di farle vivere.


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: il maestro - 03 Novembre 2008, 01:46:56

Vorrei esprimere altre sensazioni prettamente personali della mia prima infanzia, ma preferisco chiedere ai più giovani come è stata la loro “festa” dei morti e come l’hanno percepita, in tempi più vicini dei miei.



Credo che meglio di così, caro Osvaldo, non avresti potuto esprimere le tue sensazioni personali e, nel contempo, risuscitare quelle nostre che, almeno per i meno giovani frequentatori del forum, credo siano le medesime: hai riportato in me ricordi di cui avevo quasi perso le tracce, esprimendo al meglio le sensazioni che anch'io provavo allora, e che ho riprovato con sempre nuovo entusiasmo ed intensità leggendo il tuo post.
Ho attenzionato particolarmente un dettaglio, ossia il tuo sottolineare che il giocattolo o gli altri doni si lasciavano a casa per poi giocarci al ritorno dal cimitero: questo, che potrebbe sembrare un dettaglio trascurabile, la dice lunga sul significato che ci veniva inculcato della festa, del regalo stesso, addirittura sul tipo di educazione che abbiamo ricevuto.


P. S. Riguardo Halloween: da anni sostengo che noi, dall'America e dagli americani, abbiamo appreso solo le più grandi minc....te, esclusa l'unica cosa utile, ossia i jeans.
Vorrei però, infine, sottolineare le tragicomiche conseguenze cui ha condotto, specie negli anni passati, la scarsa familiarità dei villarosani (specie i più anziani) con le tradizioni di Halloween: ai bambini che suonano al citofono facendo la tipica insopportabile domanda "dolcetto o scherzetto?" sono riuscito a sentire, mentre ero di passaggio, le risposte più disparate, alcune (la maggior parte) irripetibili, contenenti soprattutto esortazioni ad andare a bussare alle mura materne anzichè disturbare, di sera, la brava gente; il tutto, ovviamente, sempre dopo la prima risposta fra tutte, sempre uguale: "Ahhhh?"


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: osvaldo - 03 Novembre 2008, 23:56:58
io invece ricordo la notte dell'1 novembre con terrore...
mi raccontavano i miei cugini che i morti vagavano per le strade per portare i doni ai loro cari piccoli...e che dovevamo dormire e non svegliarci durante la notte perchè altrimenti ci avrebbero portati con loro...molto macabra come tradizione direi...
io infatti non riuscivo mai ad addormentarmi presto per la fifa che avevo...in compenso, prò la mattina dopo ricevevo il tipico pupo di zucchero...e qualche giocattolo...
Ma vi ricordate che gusto avevano i pupi? Io nn lo mangiavo quasi mai...non è che era così delizioso!!!!
Comunque sono anch'io del parere che le tradizioni non si dovrebbero perdere mai...ma purtroppo viviamo nella globalizzazione ed Halloween diventerà anche una nostra festa...che lo vogliamo o no!!!

Povera Annette, ti sei ritrovata cugini particolarmente crudeli; la tua disavventura è rara, i morti si vedenano di buon occhio perchè portavano doni. In altri contesti facevano paura. Tutto sta nel modo come ci vengono presentate le cose.
Hai ragione, i pupi non erano particolarmente gustosi; erano soltanto dolci. Oggi sono un po' decaduti perchè siamo più scaltriti e sofisticati. Ma se ci riproiettiamo ai miei tempi quando lo zucchero e i dolciumi in genere non erano molto comuni, il pupo si tenevacome un sopramobile nel portaservizio per ammirarlo senza farlo impolverare. Ricordo che io ne staccavo di tanto in tanto un pezzetto dalla parte posteriore per non fare accorgere la furberia. Ma tira oggi tira domani il pupo non reggeva più in piedi e mia mamma finalmente diceva: - Mangiatevelo tutto e levatelo di mezzo!


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: osvaldo - 04 Novembre 2008, 00:22:06

P. S. Riguardo Halloween: da anni sostengo che noi, dall'America e dagli americani, abbiamo appreso solo le più grandi minc....te, esclusa l'unica cosa utile, ossia i jeans.
Vorrei però, infine, sottolineare le tragicomiche conseguenze cui ha condotto, specie negli anni passati, la scarsa familiarità dei villarosani (specie i più anziani) con le tradizioni di Halloween: ai bambini che suonano al citofono facendo la tipica insopportabile domanda "dolcetto o scherzetto?" sono riuscito a sentire, mentre ero di passaggio, le risposte più disparate, alcune (la maggior parte) irripetibili, contenenti soprattutto esortazioni ad andare a bussare alle mura materne anzichè disturbare, di sera, la brava gente; il tutto, ovviamente, sempre dopo la prima risposta fra tutte, sempre uguale: "Ahhhh?"


Sui jeans sono d'accordo con te, ma per la cronaca la stoffa gli americani la importavano da Genova, Jeans nella loro lingua.
Per quanto riguarda la scarsa familiarità agli scherzi di Halloween, io appartengo alla categoria di quegli anziani, anche se non mi è capitato di sentire i ragazzi al citofono. La richiesta "dolcetto o scherzetto?" mi riporta ad un ricordo di quanto raccontava mio padre a me bambino.
Per Natale è risaputo che si facevano e si fanno ancora i buccellati. Allora le famiglie non avevano il forno in casa e i buccellati appena confezionati si portavano dalla panettiera. Erano tempi di diffusissima fame e non tutti avevano la possibilità d'avere in casa il tipico dolce. I ragazzi addetti a portare nelle case il pane e le teglie con i dolci, quando vedevano che la padrona non faceva gustare loro nemmeno un pezzetto del buccellato (che allora era più  grande ed era fatto con fichi secchi), gridavano - Si nun mi dati lu vucciddatu vustru maritu vi cadi malato. Al che la crudele massaia per esorcizzare quella maledizione s'affrettava a dar loro, finalmente, il buccellato e se li levava dai piedi.


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: annette - 04 Novembre 2008, 12:21:12
Ma sai, caro Osvaldo, che nn erano i miei cugini ad essere crudeli?
Indagando un po in famiglia ho scoperto che a Sperlinga nel paese di mia madre
è proprio una legenda la storia che ho raccontato prima...assurdo!


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: Rommel - 05 Novembre 2008, 22:31:21
Sui jeans sono d'accordo con te, ma per la cronaca la stoffa gli americani la importavano da Genova, Jeans nella loro lingua.
Per quanto riguarda la scarsa familiarità agli scherzi di Halloween, io appartengo alla categoria di quegli anziani, anche se non mi è capitato di sentire i ragazzi al citofono. La richiesta "dolcetto o scherzetto?" mi riporta ad un ricordo di quanto raccontava mio padre a me bambino.
Per Natale è risaputo che si facevano e si fanno ancora i buccellati. Allora le famiglie non avevano il forno in casa e i buccellati appena confezionati si portavano dalla panettiera. Erano tempi di diffusissima fame e non tutti avevano la possibilità d'avere in casa il tipico dolce. I ragazzi addetti a portare nelle case il pane e le teglie con i dolci, quando vedevano che la padrona non faceva gustare loro nemmeno un pezzetto del buccellato (che allora era più  grande ed era fatto con fichi secchi), gridavano - Si nun mi dati lu vucciddatu vustru maritu vi cadi malato. Al che la crudele massaia per esorcizzare quella maledizione s'affrettava a dar loro, finalmente, il buccellato e se li levava dai piedi.


questa dei buccellati dalla panetteria la ricordo da piccolo, un anno che non so per quale ragione eravamo con i miei a villarosa prima di natale, la sera prima ricordo il ferment della preparazione le zie intente a preparare l'impasto e la nonna il ripieno e poi il viaggio al panificio..........
che ricordi...
il sonno sopratutto ..........e il caldo del panificio di via butera o giu di li....................

altra sensazione strana il cimitero, freddo al tramonto, con i lumini che davano il cambio alla luce e con le lampadine sulle tombe montate per la ricorrenza...................

ricordo anche un anno con gli scout abbiamo raccolto i lumini e i fiori per le tombe abbandonate...........


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: kosa - 12 Novembre 2008, 20:08:53
 Ad Halloween usa la zucca
« inserita:: 31 Ottobre 2007, 19:15:34 »
   Rispondi citando
Questa sera si festeggia halloween, per noi cristiani non é assolutamente tale.Noi siamo contrari a tutte queste forme di festeggiamenti dove strege,fantasmi, zombi, e altri tipi di stregonerie non é conforme con la dottrina cristiana.Vi prego di leggere questo articolo,come me e altre persone troviamo tutto questo malsano per i nostri figli e per le persone che si dicono cristiani. http://www.diotiama.it/download.php?titolo=Ad+Halloween+usa+la+zucca.&id_dow=173&id
scusatemi ma leggendo nel sito ho trovato che qualcuno aveva parlato di questa festa.


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: osvaldo - 12 Novembre 2008, 22:02:19
                                                                          I VARI TIPI DI COMPARANZA DEL PASSATO

Si poteva essere compari in vari modi; ovviamente il principale era, ed ancora resta, il tenere a battesimo un figlio d’un amico o d’un parente. Tra il prescelto e il genitore del bimbo e le rispettive consorti s’instaurava un vincolo particolare che era chiamato “ U Sangiuguanni” a cui tanto si teneva.
Si diceva infatti che “U sangiuguanni jè ddilicato” e persino quando la comparanza avveniva tra familiari intimi (specialmente in tempi di forte crisi economica, quando non si riteneva opportuno mettere in difficoltà degli estranei con l’onere del regalo e nello stesso tempo si volevano contenere le spese del trattenimento) essi si davano del “vossì” e si chiamavano compare o commare (Cumpà/Cummà), persino tra fratello/sorella e cognato/cognata
Erano compari anche gli sposi e i testimoni della nozze: il compare d’anello, che spesso in seguito diventava il padrino del primo figlio. (Un particolare curioso: ci fu un periodo del dopoguerra, quando ancora non erano comuni acqua corrente e lavabo con annesso scarico, che i compari d’anello generalmente regalavano agli sposi il lavamano. Questo era costituito da due lastre di marmo parallele l’una sopra l’altra, distanziate e  sostenute da quattro tubi laccati di bianco; la lastra superiore aveva un grosso buco centrale ove andava a sistemarsi un bacile in genere di porcellena, il lato a muro e gli altri due laterali avevano delle sponde alte sui 15 cm, sempre in marmo, che avevano lo scopo di evitare che gli schizzi d’acqua trasbordassero  durante le abluzioni; per questo qualcuno scherzosamente li chiamava cumpari di lavamanu).
C’erano poi i compari d’abitudine, che cominciavano a chiamarsi così in età giovanile forse sperando di formalizzare in futuro una più solida comparanza che poi non veniva.
C’erano i compari per modo di dire; davano del compare alle persone che stavano loro simpatiche e continuavano a chiamarsi così per il resto dell’esistenza.
A Pasquetta si consolidavano fra ragazzi/e le comparanze/commaranze di Pascuni: cumpari/cummari di dijuna : per sette anni consecutivi, ma anche per molto meno, dovevano andare in campagna insieme, divertirsi e consolidare il rapporto eterno  tenendosi per un dito e recitando la seguente filastrocca:
“Compari  e san Giuguanni
socchi avimu ni spartimu:
avimu pane e ossa  e ninn’ jamu ‘nni la fossa;
avimu pane e rrisu e ninn’jamu ‘m paradisu”

C’era infine u cumpari di trazzera [in senso ironico, un’amicizia occasionale poco gradita, simile a compagno di processione]
P.S. - Ancora un caldo invito ai frequentatori del sito di fare qualche inchiesta tra gli anziani, per correggermi in qualche particolare ed aggiungere aspetti che io non conosco.


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: osvaldo - 18 Dicembre 2008, 18:16:06
                                                                  TORNA IL NATALE

E la mente mi riporta a momenti lontani, di guerra e dopoguerra, i tempi della mia infanzia.
Le lunghe serate trascorrevano in casa di parenti o amici, si giocava a tombola con le noccioline e ci si appassionava ai terni e alle quaterne come se si trattasse di una lucrosa vincita al lotto.
Si giocava anche “ o settori”, il sette di denari della carte siciliane, che dava il nome al semplicissimo gioco. Si distribuivano le carte e ad ogni carta di denari si prendevano dal piatto, tante unità della posta in gioco, quanto era il valore della carta di denari che si riceveva. La partita finiva quando usciva “u settori” e il fortunato prendeva tutto ciò che restava nel piatto. La posta era formata in genere di noccioline o monetine di piccolissimo taglio.
Altro gioco in voga a Natale e oltre era “u sett’e mminzu”, penso anche noto ancora: ogni carta aveva il valore nominale della stessa, le figure del mazzo valevano mezzo punto, vinceva  chi aveva le carte più alte fino al massimo di sette e mezzo. Chi superava quella cifra faceva “cudduruni” e perdeva.
Ma non sempre si possedevano cose materiali da mettere in gioco…
In mancanza chi perdeva buscava “nascati” o “mazzati”.
Se si giocava a “nascati” il perdente riceveva sul naso da parte del vincitore tanti colpetti dati col mazzo di carte; “i mazzati” invece erano botte date su una mano: il perdente presentava al vincitore la mano dritta a taglio e questi con le due mani colpiva contemporaneamente nelle due facce della mano tesa, con più o meno violenza.
Si rideva e ci si divertiva, così.
Quel mondo era così e ma non solo a causa della guerra, perché anche prima il tenore di vita era stato ugualmente bassissimo, per quel che sentivo raccontare ai grandi.
Il Natale d’oggi è pieno d’incertezze e la mitica America della mia infanzia appare malmessa ugualmente quanto la nostra Italia del benessere.
L’America era il sogno collettivo dove i compaesani là avevano fatta fortuna: si diceva che il più povero era ricco come Curione ed in ogni stanza avevano una radio, persino nel gabinetto.
La mia generazione, da giovane, poteva sognare l’automobile, ma non pensava affatto che un giorno potesse possederla. Il boom degli anni ’60 fece arrivare l’America qua.
Speriamo che la crisi che s’ annuncia sia passeggera e tornando al goduto benessere possiamo riflettere sui valori importanti e duraturi dell’esistenza, senza violentare la Natura per fare sempre soldi, soldi e sempre più soldi.
Approfitto per augurare un BUON NATALE in pace a tutto il mondo, ove noi tutti siamo compresi.


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: un amico al bar - 18 Dicembre 2008, 22:25:55
Auguri anche a te, Osvaldo. A te e alla tua famiglia. Spero di incontrarti in piazza, anche se con rammarico devo dire che le occasioni sono veramente rare. Pazienza.


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: jack_sparrow - 19 Dicembre 2008, 15:48:45
Auguri OSVALDO!
A te e famiglia tutta.

Se avremo modo di vederci sarò felice di fare gli auguri anche di persona.

Riguardo a:

Citazione
Speriamo che la crisi che s’annuncia sia passeggera e tornando al goduto benessere possiamo riflettere sui valori importanti e duraturi dell’esistenza, senza violentare la Natura per fare sempre soldi, soldi e sempre più soldi.

Speriamo che la crisi serva da "RESET" alla società, che faccia riflettere, che faccia cambiare CERTE regole che non potevano andare avanti ancora per troppo tempo ... e lo si sapeva.



Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: osvaldo - 19 Dicembre 2008, 18:53:17

Speriamo che la crisi serva da "RESET" alla società, che faccia riflettere, che faccia cambiare CERTE regole che non potevano andare avanti ancora per troppo tempo ... e lo si sapeva.

E ti pare che il RESET si puo' ottenere facilmente? Tutti d'accordo dell'inutilità' delle Province ma nessuno fa sul serio per toglierle. Ci eravamo illusi che la corruzione fosse di più in certi partiti ed invece esiste dove c'è un qualsiasi potere, pur minimo.
Qualche ingenuo continua a pensare che il ricco ruba meno e qualche altro che il povero sia più onesto...
La corruzione fa bene al portafoglio individuale del corruttore e del corrotto, alle casse dei partiti, all'urna elettorale. Come mandare a spasso l'esercito dei politicanti di periferia? Chi farebbe piu' il galoppinaggio o l’abbordo al furbo elettore che dà purché tu gli dia?
Questo è il punto debole della democrazia! C'e' qualcuno con una formula migliore? Faccia un passo anvanti!
Abbiamo conosciuto il Reset delle rivoluzioni,e poi?
Scriveva Tacito: il popolo romano (non era solo quello di Roma, ma italico) non sopporta la tirannia, ma nello stesso tempo non apprezza la democrazia.

Approfitto per rinnovare l' augurio d'uscirne fuori, non proprio malconci.


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: Rommel - 21 Dicembre 2008, 12:22:04
inizio con il ringraziare osvaldo per condividere i suoi ricordi con noi,
poi aggiungo che oggettivamente la crisi ci deve ancora prendere in pieno e ci lascerà malconci per un po, ma dovremmo farcela.

Per Villarosa malgrado tutto sarà il solito natale, di bello c'è anche questo, dal 70 ad oggi poco progresso economico ci ha lasciato indenni dalle speculazioni finanziarie,

forse qualche risparmiatore piangerà lacrime amare per essersi convinto a comprare certi prodotti finanziari anzichè investire sul suo paese: è la vita, è l'economia, nel sistema i soldi non si inventano passano da una tasca ad un'altra. Ricordo ancora un "maestro" dell'economia che ci disse in tempi non sospetti l'america è 10 anni che vive "sopra" la sua economia, e tutto il mondo viveva "sopra quella dell'america", ....

l'AMERICA tolse indirettamente il primato minerario solfifero al nostro territorio, oggi forse tornando all'economia di sopravvivenza dei nostri ultimi 30 anni potremmo avere un nuovo riscatto...

ma molti CERVELLI sono andati via, altri si preparano a farlo, chi resta può avere spazio, ma ci vogliono soldi e banche che finanzino progetti seri e duraturi,

Per cui penso che per Villarosa, potrebbe essere un'opportunità, qualcuno potrebbe rientrare in attesa di tempi migliori e investire in qualche attività, è un auspicio per il futuro SPERIAMO

BUON NATALE e BUON 2009


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: osvaldo - 21 Dicembre 2008, 23:28:08
l'AMERICA tolse indirettamente il primato minerario solfifero al nostro territorio, oggi forse tornando all'economia di sopravvivenza dei nostri ultimi 30 anni potremmo avere un nuovo riscatto...


Ti dispiace chiarire la seconda parte del periodo e qual è il collegamento con la prima parte?
Grazie


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: Rommel - 22 Dicembre 2008, 14:36:01
si tratta della possibilità di fronte ad una crisi di avere una possibilità in +, quando venne scoperto il metodo FRAISH le nostre miniere potevano chiudere tutte ma questo non avvenne, ....perchè..? ne facevo solo un parallelismo storico

.... ma ti dettaglio in un messaggio personale il resto per non andare OFF TOPIC


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: viacolvento - 23 Dicembre 2008, 16:12:23
           Nel ringraziare Osvaldo per le cose belle che ci racconta ,oggi voglio esternare il mio pensioro sul "riscoprire il NAtale."
Il Natale da sempre è stata la festività più sentita ,soprattutto,da quando è diventata la festa in cui si scambia il dono .Così il Santo Natale  a poco a poco ha perso il vero significato,ognuno per la sua parte ha cercato di trasformare questa festività cristiana che celebra la nascita di Gesù in qualcosa di diverso.
Abbiamo trasformato il Natale "nel tempo dei regali" convinti che fosse il modo migliore di vivere un sereno Natale .Travolti dal benessere economico,affollando i negozi , abbiamo trascorsi giorni interi alla ricerca affannosa del regalo particolare o nelllo studio  certosino di come abbellire le nostre case o imbandire la tavola per stupire amioci e parenti.
Ci siamo dimenticati che questa festività è la festa  dell'Amore, il Verbo per amore si è fatto uomo ,povero tra i poveri.
Facciamoci  dono del l suo Amore, acchè non  restiamo  indifferenti nei confronti di coloro cher ci stanno a fianco, un saluto,un sorriso o una parola buona non vanno comprati in gioielleria. Assicuriamo che, ogni bambino in qualsiasi luogo del mondo nasca, abbia  diritto a un'infanzia felice .
Quanti di noi vivono davvero il Natale?
Incominciamo da quest'anno a vivere il vero Natale ,anche con tutti gli affanni e i dispiaceri che la vita ci dà.
La pace la serenità e la gioia bisogna trovarli dentro di noi. Solo così possiamo dire di vivere un sereno Natale e poterlo augurare anche agli altri. Un augurio particolare a Osvalto e la sua famiglia e augur di cuore i a tutti i Villarosani.           


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: osvaldo - 23 Dicembre 2008, 21:43:43
           Ci siamo dimenticati che questa festività è la festa  dell'Amore, il Verbo per amore si è fatto uomo ,povero tra i poveri.
Facciamoci  dono del l suo Amore, acchè non  restiamo  indifferenti nei confronti di coloro cher ci stanno a fianco, un saluto,un sorriso o una parola buona non vanno comprati in gioielleria. Assicuriamo che, ogni bambino in qualsiasi luogo del mondo nasca, abbia  diritto a un'infanzia felice .
Quanti di noi vivono davvero il Natale?

Prendo spunto dalle belle parole di viacolvento per riflettere sulla vera essenza del Natale. 
Tradizione è l’eredità culturale che col tempo rischia di usurarsi e spesso diviene routine.  Il mondo è cambiato e l’idea di Dio si aggiorna, anche se Egli resta sempre l’Inconoscibile. Gli spiriti più sensibili interiorizzano la religione e la sfrondano da tutti gli orpelli della tradizione, spesso discutibili perché di sapore idolatrico. C’è ancora chi reclama la Messa in latino e ritiene che questo ritorno al passato sia la panacea per il ripristino degli antichi valori.
Quali sono essi? La mia risposta è una: quelli del Vangelo.
In origine era il Libro che guidava i primi seguaci di Cristo.
Oggi si dice che la società va paganizzandosi. E ciò corrisponde al vero: il godimento di beni materiali fa mettere da canto sempre più la spiritualità.
Il passato è la tradizione, ma il passato remoto è l’idea del mondo che abbiamo noi oggi, il paganesimo.
Questo non appagava più gli spiriti sensibili che vissero agli albori del Cristianesimo e tra costoro la nuova religione fece molti proseliti.
L’antica nostra religione era molto severa e per questo aveva molti detrattori, ma ugualmente si arricchiva sempre più di niuovi seguaci, però a livello di minoranze. Dopo i primi secoli, per ampliare la conquista di molte anime si cominciò ad innestare la religione nel solco della vecchia. Le feste pagane furono ribattezzate con simboli ed avvenimenti cristiani, la stessa ricorrenza della festa del Sole del 25 dicembre divenne il Natale. Qui non c’è nulla di male. Il danno maggiore nacque dal politeismo camuffato: l’eccessivo culto dei Santi a cui ci si rivolgeva per ricevere una Grazia. Col passare dei secoli si è esagerato persino con la vendita delle indulgenze e si è arrivato al più grande scisma, il Protestantesimo. Il Cattolicesimo si chiuse a riccio in Italia mentre divampavano in Europa le più terribili guerre di religione. Era il tempo per una vera riforma che non avvenne: secolo dopo secolo quell’errore umano di valutazione ci ha portato in gran parte al disconoscimento dell’essenza spirituale della religione di Cristo. Tanta gente oggi crede fermamente al formalismo e si arrocca su posizioni conservatrici che sono fuori della realtà del nostro tempo: processioni, statue, confraternite con costumi scopiazzati dai paesi vicini, riti e fanatismi vari che non sono la vera religione. Persino sento parlare di conventicole in seno alla Chiesa di fedeli esagitati che arrivano a parlare “in lingua”; ho chiesto di cosa si tratta e mi è stato detto che essa sarebbe la parlata di Gesù, l’aramaico….
Intanto ogni necessaria azione rinnovatrice porterebbe ad un nuovo scisma, ma non si può procrastinare all'infinito e lamentarci che non esiste la fede d'un tempo…
Sento la necessità di precisare che non ho simpatia alcuna per nessuna delle religioni che stanno fuori della Chiesa e che io non ho alcuna formula da proporre.
Dentro la Chiesa ci sono tante anime oneste, sensibili a questi problemi che purtroppo sono guardate con sospetto soprattutto dalla gerarchia ufficiale. Come si esce da questa realtà vecchia e stantia mentre i tempi galoppano verso il nuovo?
Siamo sinceri: quando ci auguriamo il buon Natale il nostro pensiero corre alla serenità in casa, alla crisi incombente da superare, all’atmosfera di festa coi propri cari… 
Purtroppo è questo il nostro Natale, cara Viacolvento!


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: jack_sparrow - 01 Gennaio 2009, 16:55:00
Citazione
quando ci auguriamo il buon Natale il nostro pensiero corre alla serenità in casa, alla crisi incombente da superare, all’atmosfera di festa coi propri cari…

D'accordo con quanto detto da Osvaldo.

Dal mio canto, sono dell'idea che la chiesa sta restando in dietro rispetti ai tempi che corrono, e l'avere un Papa conservatore come quello in carica non aiuterà a muovere le acque in senso opposto.

Approfitto per augurare a tutti un felice 2009! (vado off-topic ma ogni tanto ci sta!  :D)


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: osvaldo - 29 Novembre 2009, 13:54:53
                                   SAN GIACOMO, PROTETTORE DEI FORESTIERI  Vedi anche: www.bellarrosa.blogspot.com

San Giacomo Maggiore, Patrono di Villarosa, è senza dubbio un grande Santo: apostolo di Gesù e fratello di San Giovanni Evangelista, insieme col quale dallo stesso Maestro furono chiamati "figli del tuono", per il loro spirito ardente e sinceramente spontaneo. Fra i pochi apostoli prediletti da Gesù, è presente nei momenti significanti della Sua Testimonianza in terra. Grande divulgatore della Fede e, secondo Isidoro di Siviglia, evangelizzatore della Spagna, di cui è ancora oggi l'amato Patrono. 
Un Santo, tanto venerato in una grande Nazione, e non solo, è invece “sfortunato” presso di noi, e non solo a quanto vedremo; nessuno si rivolge a Lui, per intercedere per qualche grazia: gli si attribuisce sempre la "colpa" di proteggere i forestieri!
Il popolo ha interpretato a modo proprio questa "propensione"  del Santo  nei riguardi degli immigrati. I vecchi raccontano che quando fu commissionata la statua del Santo, per puro caso ne fu ordinata un’altra copia allo stesso artista dagli abitanti di Caltagirone, dei quali il Nostro è anche  il Patrono. Al momento della spedizione ci sarebbe stato un disguido e le due statue sarebbero state involontariamente invertite nelle destinazioni: di qui la tendenza del Santo a proteggere i non paesani!
Mi è da tempo sembrato che tale leggenda fosse  la spiegazione mitica di un fenomeno tipico dei piccoli centri senza antiche tradizioni come il nostro, nei quali il forestiero è visto come un individuo tutto al positivo, perché non è oggetto di antica invidia, e quindi gli si perdona qualche difettuccio in più rispetto al compaesano. Fra noi, purtroppo, siamo portati a scoprire, l’un dell’altro, più facilmente i difetti piuttosto che i pregi e siamo anche soliti ad andare spesso a scomodare “nanni e nunni”, sottacendo dei nostri.
Al contrario, al forestiero, per noi come se fosse nato oggi, mostriamo fiducia e lo mettiamo nelle migliori condizioni d’ambientamento: questi gratificato, è in grado di estrinsecare al meglio i suoi talenti.
Qualche anno fa, con mia grande sorpresa sono venuto a conoscenza da partedi un mio amico di Caltagirone, che anche là il nostro comune Santo Patrono è ugualmente accusato di proteggere i forestieri.
Alla  luce di tale notizia l' ipotesi del piccolo paese senza profonde radici non regge più. Caltagirone è ben più grande di Villarosa, ha tradizioni di più solida cultura che affondano nella preistoria. Insomma non è il piccolo Comune dove tutti conoscono tutti …
Tanto induce a cercare una spiegazione diversa.
La figura del santo non apparve con la fondazione della nostra nuova cittadina, dal momento che  nella zona in cui oggi sorge il lago artificiale, in contrada S. Francesco, intorno al convento di Cappuccini, di cui si notano scarsi ruderi, esisteva un antico quanto piccolo casale chiamato S. Giacomo  di Bombuneto. Pertanto il Santo era “di casa” nella zona e ciò esclude del tutto il fatto che la scarsa presa sulla popolazione potesse essere stata causata dall'imposizione da parte dei Duchi fondatori, che anzi l'accettarono di buon grado.
Il nostro Santo Patrono non era come i Santi di altri paesi venerati in certe ristrette zone e che fuori delle quali sono pressoché ignoti. Il Nostro era veneratissimo nella cristianità fin dal Medioevo: erano difatti famosi i pellegrinaggi a Santiago di Campostela, eminente meta seconda solo a Roma, anche se sorge nell’estremo Occidente del Continente. Ci si muoveva da tutta Europa, per devozione o per adempiere un voto. La figura del Santo, evangelizzatore dell' Occidente europeo, era presente nella tradizione cristiana, nella cultura e nel costume già prima che la Sicilia divenisse dominio spagnolo. Per gl’Iberici San Giacomo era il simbolo dell’unione cristiana della “Reconquista”  che aveva lo scopo di cacciare i Mori dal continente europeo, come già qualche secolo prima era avvenuto in Sicilia. Spagna e Sicilia erano “gemellate” dal comune risentimento versi gli islamici e gratitudine nei riguardi del Santo che li aveva sostenuti nella battaglia comune. Quindi Santo popolare, oltre che della classe dominante spagnola. Tale popolarità in Sicilia è dimostrata anche dalla tradizione orale, viva ancora oggi, secondo cui, l’ammasso stellare che forma nel cielo notturno la Via Lattea dal popolo è chiamata "a scalunata di Sagn' Jàbbicu" ed anche dalla manifestazione pittoresca di Capizzi, cittadina ben più antica della nostra.
Quindi appare presumibile supporre che quando dopo circa sei secoli s’era perso il ricordo della  riconquista cristiana a danno degli Arabi e nello stesso tempo agli Spagnoli in Sicilia subentrò la nuova casa regnante dei Borboni, d’origine francese, il Santo cominciò ad essere considerato "forestiero"; non certo dal popolo che in genere rimane devoto alle sue figure sacre, ma dalla classe dominante che con i suoi modelli culturali impone persino i "suoi" santi...
Villarosa non ha formalmente rinnegato il Santo Protettore, ma si venera a “cuore freddo”. Ricordo le processioni del 10 agosto della mia infanzia: era mortificante la quasi inesistente partecipazione di popolo devoto.
Questa interpretazione critica della nostra cultura popolare ci induce a due considerazioni: la prima è quella di tenere fuori la religione dagli interessi politici, la seconda di accettare ed onorare il nostro grande Santo della nostra più genuina tradizione, fuori da nazionalismi e da pregiudizi sciocchi.

P.S. – La presente spiegazione è una mia ipotesi personale. Invito altri a cercarne un’altra più convincente.



Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: falcopennato - 15 Dicembre 2009, 09:16:43
ciao osvaldo, mi presento sono falcopennato, sono da poco nel sito ed ho notato la scarsa partecipazione,( quello che sto per dire mi dispiace ma ammetterlo è più forte di me), non sarà colpa degli amministratori di questo sito che non danno più stimoli di conversazione!? secondo me dovrebbero essere loro ad aprire discussioni o portare notizie sempre con la collaborazioni di tutti noi si capisce, ma l'iniziativa deve partire da loro , mi dispiace. Dopo quello che ho detto ti dico che anch'io sono da una vita cumpare di trazzera e credimi è bello ancora oggi quando ci incontriamo si ricordano i vecchi tempi quando si giocava a "vazzica" cioè si metteva sopra una pietra un bastone in bilico di circa cinquanta centimetri e con un'altro si doveva colpire per mandarlo il più lontano possibile era semplice ma tanto bello, anche il gioco delle palline tutte colorate era bello.Non solo una persona che pensa in negativo anzi ma la nostalgia dei vecchi tempi a volte ti prende osservando questi giovani che non si accontantano mai, comuque sia si deve andare avanti e credere che le cose possono cambiare. un saluto


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: osvaldo - 15 Dicembre 2009, 19:46:11
ciao osvaldo, mi presento sono falcopennato, sono da poco nel sito ed ho notato la scarsa partecipazione,( quello che sto per dire mi dispiace ma ammetterlo è più forte di me), non sarà colpa degli amministratori di questo sito che non danno più stimoli di conversazione!? secondo me dovrebbero essere loro ad aprire discussioni o portare notizie sempre con la collaborazioni di tutti noi si capisce, ma l'iniziativa deve partire da loro , mi dispiace. Dopo quello che ho detto ti dico che anch'io sono da una vita cumpare di trazzera e credimi è bello ancora oggi quando ci incontriamo si ricordano i vecchi tempi quando si giocava a "vazzica" cioè si metteva sopra una pietra un bastone in bilico di circa cinquanta centimetri e con un'altro si doveva colpire per mandarlo il più lontano possibile era semplice ma tanto bello, anche il gioco delle palline tutte colorate era bello.Non solo una persona che pensa in negativo anzi ma la nostalgia dei vecchi tempi a volte ti prende osservando questi giovani che non si accontantano mai, comuque sia si deve andare avanti e credere che le cose possono cambiare. un saluto

Caro falcopennato, hai ragione a non essere contento dell’andamento di questo bel sito. Io vi collaboro da qualche anno e ti dirò che subito mi ha affascinato per un duplice ordine di interesse: il primo è il sito del mio paese, della mia gente; il secondo è ben organizzato e tenuto in piedi da un gruppo di giovani in gamba.
Essi, quando iniziarono, da studenti, erano più entusiasti perché forse non avevano gl’impegni che hanno oggi, quelli della famiglia e del lavoro.
In secondo luogo molti si sono lasciati prendere la mano di quel caravan serraglio di face book.
Prima c’era vivacità, collaborazione ed anche polemica. Quest’ultima ha qualche volta lasciata amara la bocca, solamente per il semplice fatto che alcuni hanno lasciato il campo e non si sono fatti vedere più. Ma la causa della decadenza non è questa.
Mi fa piacere che tu sia della più vecchia generazione, in quanto siamo come mosche bianche in questo vasto mondo quasi virtuale allora impensabile, lontano anni luce di quando il cinema era la più grande conquista.
Siamo in periodo di grande crisi ma il benessere ancora è sempre maggiore rispetto a quello dei tempi della “vazzica”: questo può essere assaporato e gestito con intelligenza soprattutto da quanti abbiamo conosciuto il tempo passato.
Nondimeno non sono pessimista. Sono convinto che si potrà trovare un compromesso tra il passato prossimo, troppo ricco rispetto a quello più remoto, e l’avvenire denso di nubi minacciose.
Benvenuto falcopennato, sono felice di leggerti, ma non fermiamoci qui.
Non so se hai letto i miei ricordi sul sito, perché non aggiungere i tuoi?
Salve.


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: Rommel - 15 Dicembre 2009, 22:10:46
e' vero, il sito non ha più cosi tanti interventi, ma le statistiche dimostrano che almeno i ragazzi lo leggono. Gli interventi sono, sopratutto in questa sezione, davvero interessanti, Osvaldo è il nostro narratore. A noi piace leggerlo e commentarlo, chiaro gli impegni ci sono per tutti.
Ma i contenuti non sono diminuiti, i messaggini off topic oggi li lasciano su FBquelli sono diminuiti insieme ad alcune invettive. Resta il meglio, resta il confronto e la soddisfazione che chi più chi meno, vedi falco pennato, che si registra e diventa uno dei nostri. Resta la cronaca e il piacere di rivedere un pezzo di casa.
benvenuto FALCOPENNATO,
OSVALDO grazie ancora dei tuoi racconti


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: falcopennato - 16 Dicembre 2009, 21:04:51
ciao osvaldo  grazie del benvenuto , mi dispiace ho commesso un errore ho scritto qualcosa ma come oggetto "favole" se vai  su quella sessione se vuoi puoi leggermi. Un saluto


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: notastonata - 16 Gennaio 2010, 22:21:45
IO CONOSCO ANCHE CUMMARI DI MAZZETTU. SO SOLO CHE CI SI SCAMBIAVA UN FIORE, I PARTICOLARI NON LI CONOSCO PURTROPPO....


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: osvaldo - 31 Marzo 2010, 21:36:34
                                                                        E' Pasqua!
Ovunque uova di cioccolato d’ogni dimensione e colore. Scintillio di stagnole, nastri argentati…
La mia mente mi riporta all’infanzia e alla prima giovinezza quando imperava l’uovo di Pasqua, quello vero, prodotto dalle galline.
L’uovo della Pasqua villarosana prima si bolliva per farlo rassodare ben bene, poi veniva immerso in una pasta in genere dolce, arricchita di confettini finissimi quasi come semi di papavero di svariati colori, i diavulicchi. Poi andava infornato. Il tuorlo dell’uovo cotto ancora una volta, liberato dall'albume rappreso, assumeva all’esterno un colore verde chiaro.
Era u canniliri, la gioia dei bimbi. Ma non di tutti, purtroppo; la maggioranza poteva solamente sognarlo.


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: osvaldo - 19 Aprile 2010, 19:09:50
Ancora sulla Pasqua

Confesso che anche se credente non frequento spesso riti religiosi e processioni varie. Tanti ne seguii nella mia infanzia e nella mia giovinezza.  “U ‘ncuntru”, la processione del pomeriggio di Pasqua,  mi affascinava tanto per via di quel manto nero che cadeva di dosso alla Madonna alla vista di Cristo Risorto. Ero curioso e volevo esplorare il “mistero”. Era don Sariddu, il sacrestano della Madrice, che con la sua tunica bianca e rossa seguiva il fercolo , “a vara”, della Madre di Gesù addobbata a lutto; al momento giusto, quando alla vista della statua dell Madonna appariva quella di Gesù risorto, tirava una delle due estremità del nodo a fiocco cadeva giù il drappo nero e , d’incanto, la Madonna Addolorata si trasformava in raggiante Immacolata Concezione.
Di certo la processione del Venerdì Santo in assoluto è la più sentita perché era e resta la più genuina: in essa il protagonista è Gesù, che ha scelto di morire in Croce per dare un alto esempio all’umanità.
Poco prima di Pasqua ho parlato “do canniliri”, un dolce prettamente dell’occasione. Ora mi voglio soffermare su una tradizione viva fin quando si faceva coincidere La Resurrezione con il mezzogiorno del Sabato Santo.
A quell’ora massaie e ragazzi si preparavano per accogliere il Cristo Risorto. Le prime, al tocco delle campane, che erano rimaste “attaccate” e quindi avevano taciuto per due giorni e mezzo, afferravano il bastone della scopa e colpivano sotto i mobili e i letti della casa gridando a ripetizione: “Nnisci diavulu ca trasi Gesù” fino a quando si stancavano. I ragazzi raccoglievano da terra pietre e le scagliavano sulle porte chiuse, gridando con giubilo ed anche con un po’ d’accanimento, tanto le pietre per le vie allora abbondavano a iosa. [Mi domando oggi: perchè il Comune non provvedeva a far rimuovere quelle pietre che tanti danni gravi e spesso irreparabili procurò a tante persone, senza contare le cose?]
Era la festa della gioia che continuava il giorno dopo, ma soprattutto la mattina più attesa era quella di Pasquetta, che allora era chiamata “Pascuni”. Gli amici più affezionati si preparavano per quel giorno che li legava “cumpari”, di dijuni o di Pascuni, per tutta la vita.
La formula che si recitava era la seguente:
“Compari e san Giuguanni
socchi avimu ni spartimu:
avimu pane e ossa e ninn’ jamu ‘nni la fossa;
avimu pane e rrisu e ninn’jamu ‘m paradisu”
Anch’io ho un compare di dijuni, di quasi settant’anni fa e ci chiamiamo ancora “cumpà”.


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: osvaldo - 21 Settembre 2010, 23:51:33
CENNI SUL MONDO SOCIALE ANTERIORE AGLI ANNI ‘50  [In stessa data pubblicato su www.bellarrosa.blogspot.com ]
I segni più vistosi d'una certa distinzione sociale ai tempi della mia infanzia e prima giovinezza erano i copricapo, "cuppuli e cappedda", che però non erano obbligati come una divisa.
Decenni prima era stato comune un copricapo di panno dalla forma cilindrica coperto in alto e senza fondo in basso per consentirgli di adagiarsi sulla testa, era “a scuzzitta”. [Il berretto di Giuseppe Garibaldi era molto simile a questa, anche se di origine non siciliana] Il colore della stoffa era scuro ma poco identificabile perché quei pochi che sono riuscito da ragazzo a vedere sul capo di qualche vecchietto erano molto unti per la scarsa igiene praticata in quel tempo. Oggi per sciccheria la porta qualche uomo di cultura legato alle tradizioni della nostra terra. Ricordo che alla celebrazione del Centenario della nascita di Vincenzo De Simone fu invitato il poeta Ignazio Buttitta, grande estimatore ed amico del Nostro. L’ospite si presentò al Cinema Italia dove si svolse la celebrazione con una “scuzzitta” di colore blu tradizionale con dei ricami in filo dorato[Vedi la foto della Celebrazione nella Galleria di questo sito]. Qualche anno più tardi rividi un simile copricapo rosso e fregiato dei soliti ricami dorati indossato da un antiquario di Taormina, amante della cultura e amico di personalità del gotha internazionale e, per citare la più ragguardevole per arte e notorietà, dell’attrice Greta Garbo.
Fino a un decennio dopo la fine dell’ultima guerra, era impensabile che un operaio o un contadino, sia pur benestante, portasse il cappello. Di festa invece qualche artigiano l’indossava.
A tal proposito ho un ricordo indelebile. Era il 1946: prime elezioni amministrative. A Villarosa erano in lizza due liste: quella della Democrazia Cristiana e quella civica con emblema “il Leone” capeggiata da un ex sindaco del periodo prefascista, don Peppino Profeta, a cui s'erano unite le sinistre.
Mio padre fu indotto a candidarsi, non chiese il voto a nessuno, non tanto per superbia ma per il principio della libertà del voto: fu eletto ugualmente e con molti suffragi. Io dodicenne seguivo le manifestazioni democratiche che per me, e non solo, erano assolute novità.
Vinse la lista popolare e subito a scrutinio completato spontaneamente si formò un immenso e composto corteo che fece il giro del paese lungo il tragitto delle processioni.
Mi colpì la frase di un signore che rivolgendosi a mio padre disse: - Nun cc'è mancu un cappiddu!
Io curioso salii su degli scalini d’una casa della via Milano e appurai l'affermazione appena sentita.
Altra distinzione sociale, a parte certe professioni particolari, dottore, professore o avvocato, era il modo di nominare le persone: Don e Donna, Mastru e Gnura. Artigiani, commercianti, impiegati e rispettive mogli erano chiamati col Don e Donna, il resto della popolazione con mastru e gnura.
C'era pure una zona intermedia fra il Don e il Mastro, che si risolveva con “zzi”, appellativi confidenziali che non presupponevano l'esistenza di parentela: zzi Pe', zzi Turì, zzi Marì, zzi Minichì....
Sconfinare da queste regole comportava biasimo ed ironia.
Ricordo che c'era una donna che proclamava, in italiano: - Io sono la signora Alessi...
Ma la si compativa come persona un po' stramba...
Fino agli anni '60 i contadini, anche i più facoltosi, d'inverno usavano “ a scappulara”, scapolare, una specie di mantello di stoffa pesante di color blu con cappuccio. Gli altri che si volevano distinguere dal popolo minuto usavano “u palittò”, il cappotto. I più poveri s'arrangiavano come potevano...
In tempi più antichi, professionisti e galantuomini, portavano un elegante mantello con borchia dorata a chiusura alla base del collo, u firriulu.
Come si evince c'era una scala sociale variegata che ciascuno rispettava per timore d'essere preso in giro, ma non c'era un obbligo legale: era solamente una convenzione tacitamente rispettata.
In fondo era il reddito che creava il discrimine. In ogni categoria c'era anche una scala di  valori a seconda  delle capacità professionali o dal modo di proporsi al prossimo.
I vari mondi sociali erano poco permeabili, ma si poteva passare dall'uno all'altro nel corso delle generazioni. Importante era la considerazione morale della famiglia, ma il reddito e il potere erano più attraenti, come oggi del resto.
Della scala agricola l'ultimo era, ed è ancora, “u jurnataru”; di quella zolfifera “ u panuttaru”, quello che impastava le polveri inerti miste a scagliette di zolfo che asciugate venivano infornate per trarne un minimo di zolfo liquido. I “panutti” sbriciolati concorrevano a formare “u ginisi”, lo scarto inerte che rimane dalla combustione e liquefazione dello zolfo; esso era un ottimo materiale idrorepellente molto adatto per costruire stradelle.
A proposito “do ginisi” sono ancora visibili sullo sfondo del corso Regina Margherita verso nord dei grandissimi coni di deiezione di color rosa formati da tali rosticci. Oggi hanno perso il color vivo che ancora tengo negli occhi della mente e sono solcati dall’erosione delle piogge nei numerosi decenni.
Sempre a proposito del suolo villarosano tutta la zona ai piedi del monte Respica, a destra dell’ “Ariazza”, appare come un paesaggio lunare, cumuli irregolari e buche sempre di color rosa per via dei rosticci, essi sono “i ginisara” di Verona: così comunemente è chiamata la zona. Da ragazzo mi chiedevo che cosa c’entrasse la città veneta col nostro paese, ma nessuno mi sapeva dare una risposta. Col tempo ho scoperto che Verona era il cognome d’una facoltosa famiglia palermitana di industriali dello zolfo e padroni di miniere nella zona.
Mi compiaccio di citare questi particolari che se non fissati nella forma scritta sono condannati ad inesorabile dimenticanza, come ad esempio l’origine del nome Respica.
Da ragazzino quando a qualcuno si chiedeva che scuola avesse frequentato, questi con un risatella rispondeva: - U quartu ginisaru di Verona!
Io confondevo la parola “ginisaru” con ginnasio, ma i conti non quadravano perché l’interpellato non corrispondeva ai canoni dello studente.
Teoricamente la scuola era aperta  a tutti, nella sostanza ad una striminzita minoranza. Un solo esempio potrà dare un'idea approssimativa. Nella mia prima classe, anno scolastico 1940-41, gli iscritti eravamo 56 [ho la fotocopia del registro]. Non  tutti però i nati del 1934 [si tenga presente che allora al nostro Comune mancavano poche decine di abitanti per arrivare ai 12.000] varcarono quel primo ottobre il portone del novello palazzo scolastico Silvio Pellico”, almeno altrettanti erano per le strade del paese o in campagna. Dei miei 56 compagni originari, quelli che arrivammo in quinta si potevano contare si e no sulle dita d'una mano, gli altri dieci erano i reduci dalle altre prime e poi s’era aggiunto qualche ripetente. Restavano inesorabilmente fuori della scuola i poveri che non possedevano un paio di scarpe.
Fra le gallerie di foto del sito villarosani.it ce n'è una di gruppo dove la metà dei ritratti seduti a terra mostrano con assoluta naturalezza i piedi nudi. La foto mi pare degli anni '50, lascio immaginare quanti piedi scalzi nei decenni precedenti.
Non si finirebbe mai di raccontare aspetti di un tempo che si spera che non torni mai più: voglio lasciare spazio a qualche concittadino di aggiungere particolari nuovi o correggere i miei


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: jack_sparrow - 22 Settembre 2010, 15:09:24
vado un pò fuori dal contesto del prezioso intervento di Osvaldo ma a proposito di "U quartu ginisaru di Verona!" mi è ritornato in mente un film di Daniele Lucchetti del 1995: LA SCUOLA.
Un film molto ironico sul tema.

v/s19wMRBf_nc

Il professore Mortillaro, di cui potete godere una performance al link precedente, riteneva che alcuni nascono solo per ZAPPARE  :D


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: osvaldo - 22 Settembre 2010, 22:22:26
vado un pò fuori dal contesto del prezioso intervento di Osvaldo ma a proposito di "U quartu ginisaru di Verona!" mi è ritornato in mente un film di Daniele Lucchetti del 1995: LA SCUOLA.
Un film molto ironico sul tema.

Il professore Mortillaro, di cui potete godere una performance al link precedente, riteneva che alcuni nascono solo per ZAPPARE  :D


Sempre a proposito della scuola per poveri. Molti anni fa leggevo che in un convegno sulla scuola  tenutosi a Caltagirone dopo l'unità d'Italia, un cittadino, ovviamente della ricca e "colta" borghesia, sostenne la tesi che dare al popolo  tutto la possibilità d'imparare a scrivere sarebbe significato dare il mezzo ai maschi di scrivere lettere anonime e alle ragazze lettere d'amore.
E per finire, non sempre al negativo, propongo copia del manifesto della Comunità di Castrogiovanni, oggi Enna.
E' soltanto un primo passo avanti in anticipo al signore di Caltagirone, ma nel 1940, quando in I^ elementare ci fui io gli iscritti eravamo 56 solo nella mia classe. E oggi?



Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: jack_sparrow - 23 Settembre 2010, 11:17:25
E oggi non si ha più quella sensibilità necessaria a percepire il valore dell'istruzione.
Si va a scuola per ammazzare il tempo.


Titolo: Re: Le nostre tradizioni - I luoghi di Vjllarosa
Inserito da: osvaldo - 23 Giugno 2011, 19:45:31
                                                                       U PONTI CARAMANNA
Fino a qualche decennio fa era indicato con tale nome un comunissimo ponte con rispettivo parapetto che convogliava le acque della via Capponi nella via Mastro Silvestre e di qui al vallone di Santo Rocco. Quando questa via fu raccordata al livello di corso Garibaldi non ci fu più motivo di mantenere la parte in muratura. Laddove le acque svoltavano a destra seguendo il loro naturale pendio, a sinistra aveva inizio l'irta trazzera detta della figuredda. All’edicola sacra ancora esistente nei pressi dell’odierno  campo sportivo seguiva una seconda figuredda in cima alla salita e a sinistra sulla strada provinciale per Villapriolo, e non solo, ma per Alimena (Armena) e le Petralie tutta la zona delle Madonie e a nord-est, Cacchiamo (Guacchiamu), Villadoro (Passariddu), Nicosia (Nicusì)...
Queste due figurelle, oggi pressoché ignorate, non erano casuali, erano il riferimento votivo della religiosità di lavoratori minerari e agricoli che vi transitavano. Nella nostra epoca dell’automobile la vecchia trazzera oggi è diventata carrozzabile ma rimane poco frequentata. In antico era un'arteria molto trafficata specialmente in due cruciali momenti della giornata, alba e tramonto, esclusa la domenica e le feste comandate. Al primo albore del giorno e ancor prima che sorgesse il sole vi s'arrampicava una massa umana di capumastri, pirriatura, armatura, arditura, scarcaraturi, panuttara, seguiti da una frotta di carusi, mal coperti, malnutriti, scavusi e 'nchiagati di rusuli; tutti insieme si avviavano alle numerosissime miniere di zolfo che sorgevano intorno a Respica-Giurfo, con predominanza nella zona est della montagna. Poco più tardi erano i viddrani, in numero inferiore, che salivano per l’erta fangosa o polverosa a seconda della stagione per raggiungere Pampiniddru, l’Ariazza, u Vigliu, u Giurfu...
Se un tempo San Calogero era il limite estremo dell’abitato, il ponte Caramanna aveva pure una certa rilevanza in paese perché ne segnava la periferia per quanto riguarda il lato nord, infatti a parte qualche casa sul corso, alle spalle c’erano campi coltivati.
Non ho conosciuto Caramanna, né ho avuta notizia da parte di anziani che ne abbiano avuto un solo ricordo. Era usanza nei tempi passati che si dessero nomi alla strade a seconda del borghese o politico più ragguardevole che vi abitasse. Per fare un solo esempio che potrebbe sembrare improprio, la via Milano non è dedicata al capoluogo lombardo ma ad una famiglia di cui ho conosciuto un solo rappresentante, don Ciccio. Un altro rappresentante dei Milano fu più volte sindaco di Villarosa.
Voglio rappresentare un piccolo evento di cui sono stato involontario testimone una ventina d’anni fa. Tornavo da scuola a piedi, come è mio costume da sempre, era l’ora di pranzo e i marciapiedi del corso Garibaldi erano quasi deserti; avevo appena superato la traversa di via Mastro Silvestre, quando si accostò al marciapiedi un’auto; il giovane che era alla guida mi apostrofò molto gentilmente e mi chiese dove si trovasse il ponte Caramanna. Risposi che lo avevano attraversato da pochi metri. Precisai che qualche decennio prima era stato eliminato il parapetto che lo rendeva visibile. Accanto al guidatore era seduta un’anziana signora che mi sorrise e mi disse: - Caramanna era mio nonno.
Ringraziarono, salutarono e l’auto, targata Ragusa, proseguì la marcia in direzione Palermo.


Titolo: Re: Le nostre tradizioni - I luoghi di Vjllarosa
Inserito da: jack_sparrow - 24 Giugno 2011, 11:15:37
                                                                     ... Laddove le acque svoltavano a destra seguendo il loro naturale pendio, a sinistra aveva inizio l'irta trazzera detta della figuredda...

Scusa Osvaldo, ma le acque svoltavano a destra rispetto a Corso Garibaldi?
E quindi "a sinistra aveva inizio l'irta trazzera" sarebbe la strada che porta al campo sportivo !!!

Non sono sicurissimo di aver compreso la mappa :-)


Bellissimo l'aneddoto della nipote di Caramanna che cercava il ponte intitolato a suo nonno !!!  :good:


Titolo: Re: Le nostre tradizioni - I luoghi di Vjllarosa
Inserito da: osvaldo - 24 Giugno 2011, 18:27:52
Scusa Osvaldo, ma le acque svoltavano a destra rispetto a Corso Garibaldi?
E quindi "a sinistra aveva inizio l'irta trazzera" sarebbe la strada che porta al campo sportivo !!!

Non sono sicurissimo di aver compreso la mappa :-)


Bellissimo l'aneddoto della nipote di Caramanna che cercava il ponte intitolato a suo nonno !!!  :good:

Se mi chiedi nello specifico il punto esatto io stesso sarei in imbarazzo, ma è intuibile lo sbocco naturale per via della pendenza che convoglia le acque piovane, e non solo, nel vallone che dell' "Acquaduci" [darrì a brivatura] porta al depuratore e infine al lago artificiale della diga. Esatta la tua idea della vecchia trazzera, oggi carrabile che porta al campo sportivo e alla strada provinciale verso nord.Appena ho tempo aggiungerò una nota di curiosità storica a proposito di l'acquaduci, sul nostro blog www.bellarrosa.blogspot.com dove le lo notizie del nostro paese dovrebbero essere più ordinate. Sarei pure grato se lasciaste qualche traccia di nota...
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Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: Cetto la qualunque - 29 Giugno 2011, 08:57:01
Gentile Signor Osvaldo,
mi scuso in anticipo perchè probabilmente mi sono perso dei pezzi e la cosa che sto per chiederle  è già stata pubblicata in questo forum nell'apposita area. Rischio quindi  di apparire come utente che esce fuori dal seminato.
Lei, ha mai raccontato sue esperienze legate alla frequentazione del vecchio cinema di Villarosa???
Che aria si respirava, quali film proiettavano, chi fossero allora i gestori, perche poi è stato chiuso.
Non ho trovato articoli nemmeno sul suo BLOG Bellarossa, ma probabilmente la mia scarsa intuizione sulle logiche di navigazione non mi aiuta.
Le sarei grato se potesse illustrarci scenari relativi al CINEITALIA.
Jack una volta era moderatore delle discussioni ambientate sul Cinema, forse anche lui qualcosa potrebbe raccontarla.
La ringrazio.
Cetto la qualunque


Titolo: Re: Le nostre tradizioni - Il dialetto che non c'è più
Inserito da: osvaldo - 07 Luglio 2011, 18:12:34
LINGUAGGIO INFANTILE d’altri tempi non proprio lontani

llollò – fari a l.             Addormentarsi
bbubbù – farisi a b.[oggi bua]                    Farsi male
ciccì – a c.               La carne
cicì – u c.               Un pulcino o un uccelletto in genere
coccò - u c.            L‘uovo, in genere da consumare alla coque
ddriddrì– Jìri a d.            Uscire di casa per andare a passeggio
fuffù – a f.            La pasta
liscidda – a l.             Il vestitino nuovo
mmemmè u m.                                              La capra: un tempo molto comune
musciddu  u m.             Il gattino
nannà – u/a n.            Il nonno e la nonna
ninnedda, minnedda o ninnè                     la mammella materna
nninnì – i n.            I soldini
pepè – u p.            Le scarpe
popò – u p.            L’automobile
scescè – u s.            L’asino
tetè – i t.               Le botte nel culetto
ttettè u t.               Il cane
vavà - u/a v.            Un bimbo o una bimba
vovò – fari a v.            Andare a dormire         
vuvù – a v.            L’atto del bere
zizzì – u/a z.            Lo  zio e la zia


Ce ne saranno di altre che non ricordo; gradirei che si facesse una ricerca a più mani per completarla e tramandarla più completa. Grazie

Collaboriamo tutti a www.bellarrosa.blogspot.com che ha come scopo tenere vive le nostre tradizioni a rischio.


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: osvaldo - 18 Gennaio 2012, 23:20:22
Ipotesi su come una stratella possa diventare un ampio e luminoso corso
Un nostro lettore che si firma Huge, leggendo il mio post “Una lenta incruenta vendetta” che così inizia “La nostra via Milano, la più lunga dopo  il Corso Garibaldi, si estende “da muramma”, oggi via Cossa, fino “a stratella”, il corso Regina Margherita…” , mi chiede: “ Ma c'è qualche motivo particolare per cui Corso Regina Margherita veniva detto a stratella???”. Sulla “muramma” non c’è tanto mistero perché la via Cossa nasceva dal Corso Garibaldi lato sud con a destra una casetta singola abitata da un sola famiglia; appresso a  questa modesta costruzione iniziava un muro a secco che tratteneva i terreni a salire fino alla “vanidduzza” ; di sera la zona, complice il buio, era frequentata da quanti non avevano servizi igienici in casa.
Tutte le persone nate e cresciute nel quartiere del corso Regina Margherita e non solo, compresi i ragazzi, continuavamo a chiamarlo “stratella”. Io non ero per nulla convinto che una via così larga non poteva indicarsi con un nome così ristrettivo, ma alla mia osservazione nessuno seppe mai dare una soddisfacente risposta.
Quando il vecchio nome di già era caduto in disuso tra le nuove generazioni, compresa la mia, scattò in me la reminiscenza di una vecchia ipotesi scaturita da un dettaglio non trascurabile che avevo sentito formulare da un anziano che a sua volta da ragazzo ne aveva avuta notizia da persone di più avanzata età: gli ingressi principali del Palazzo Ducale e della Chiesa Madre erano in antico sistemati allo stesso livello, uniti da un unico monticello senza l’infossamento attuale del corso Regina Margherita.
Avevo lasciato tale ricordo nel cantuccio del mio cervello perché non mi convinceva in quel contesto una concepibile sistemazione della vicina piazza e dell’orologio civico. Un giorno casualmente sentii citare il comune detto che “Roma non fu costruita in un solo giorno” e subito pensai alla pittrice Rosa Ciotti che nella seconda metà del ‘700 aveva tracciato la lineare topografia del nostro paese, che rimase per quasi due secoli modello scrupolosamente rispettato. Era relativamente facile rappresentare una futura cittadina sulla carta, ma c’era da fare i conti con la realtà materiale del suolo in tempi in cui erano impensabili ruspe a motore e mezzi meccanici oggi d’uso comune.
Cercando d’immaginare scenari del passato cominciai col notare che sul frontale tutto della chiesa e poi sulla fiancata maggiore, è ben visibile una larga reseca che va a perdersi gradualmente quasi fin dove arriva la costruzione sacra. Considerando poi la conformazione della porta secondaria (a porta fausa) sul corso notiamo degli scalini a scendere all’interno di essa e altrettanti all’esterno. Da tanto si desume che nei tempi iniziali della chiesa appena costruita l’uscita secondaria doveva essere a livello della strada. Nel fronte opposto ebbi in tempi passati possibilità di appurare che i pianterreni oggi esistenti sotto il Palazzo Ducale sono dei seminterrati senza sbocco nella retrostante parallela via Genco: la conclusione mi è sembrata ovvia, reseca e pianterreni erano un tutt’uno, coperti da un monticello che partiva più o meno dall’altezza dell’odierna Banca San Paolo e univa gli accessi alle due antiche e prestigiose costruzioni, la civile e la religiosa.
La planimetria della futura Villarosa, ispirata al neoclassicismo settecentesco, fu rispettata con scrupolosità e ogni nuova costruzione seguiva quel piano regolatore originario senza le furberie dei tempi successivi.
Ora volgiamo lo sguardo più in alto, oltre la linea delle odierne via Milano e via Genco. Esse appaiano in leggera pendenza verso est, ma se saliamo sempre più su notiamo che a mano destra le vie che si riversano nel corso vanno diventando sempre più ripide fino alla scalinata di via Giordano e il bastione che affianca il Monumento ai Caduti in guerra, sorto sui ruderi d’una vecchia chiesetta dedicata a San Giuseppe, che dava il nome a tutto il quartiere .
Dal lato sinistro del corso invece notiamo uno scoscendimento delle vie verso est e nello stesso tempo un rialzamento della sede stradale ottenuto con un’opera muraria eccellente che ci ha consegnato il meraviglioso corso che oggi ammiriamo. A tale proposito è il caso di elogiare gli antichi costruttori del muro ad est che sostiene il piano stradale, costruito per i carretti e si mantiene ancora solido al passaggio di furgoni ed autotreni.
S’è detto che anche Villarosa non è nata nel breve tempo in cui fu ideata, quindi immaginiamo la zona tutta con la collina che scende dal Cozzo che veniva edificata casa dopo casa nel corso di più d’un secolo, sempre seguendo le linee indicate dalla Ciotti. Come poteva apparire ai nostri antenati quel territorio? Il versante d’una collina fangosa d’inverno ed arida d’estate. Su di essa i carretti che trasportavano il pietrame per le case in costruzione, le zampe degli animali da soma e i piedi dei cittadini ne avevano tracciato col continuo uso un viottolone, a stratella, così nominata ancora fino alla mia infanzia.
Questa è la mia ipotesi elaborata su scarsi frammenti di memoria antica.
Ringrazio Huge per l’occasione offertami e invito tutti gli amatori del proprio paese a collaborare suggerendo ricordi destinati a disperdersi  nel nostro blog tutto villarosano  www.bellarrosa.blogspot.com .


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: osvaldo - 16 Febbraio 2012, 21:49:11
Respìca (o Rèspica, cioè guarda intorno)

Respìca, monte a tramontana di Villarosa, così nominato dagli antichi abitanti della zona ed ancora dagli attuali. Di tale denominazione però non c’è traccia in documenti ufficiali, nelle carte è indicato invece come monte Giulfo, alto 761 m. s.l.m. 
Una strana piccola altura con due nomi diversi: il versante che guarda pressappoco a sud, in faccia a Villarosa, viene chiamato Respìca, quello opposto della stessa, Giulfo, è nominato popolarmente Giurfu.
Tantissimi villarosani e priolesi nel tempo si sono scervellati invano nel cercare nelle storie e nelle tradizioni locali un re di nome Spica,  o almeno un personaggio importante da cui la montagna che domina i loro paesi avrebbe preso la denominazione.
La planimetria di Villarosa sembra essere stata tracciata apposta per consentire ai futuri abitanti di ammirare la maestosità di tale sommità dirimpettaia, tutt’altro che eccelsa, ma più imponente di oggi perchè a quei tempi i ginisara di Verona (1) non esistevano, non essendo  ancora esplosa la corsa allo zolfo.
Io da ragazzo vedevo lo stesso sfondo che si ammira ancor oggi, ma i conoidi di rosticci allora erano di color rosa più vivo e non erano solcati dalle erosioni delle acque piovane che si riversano nella valle sottostante. Da bambino io vivevo in un mondo in cui lo zolfo era protagonista in ogni attività, discorso o disputa. Mio padre alle domande che ponevo su quei materiali di enorme quantità depositati a vista dei villarosani, mi rispondeva con precisi particolari su come s’erano formati, ma non mancava di concludere che essi in sostanza erano impastati col sudore e il sangue di quanti avevano trascorso l’intera esistenza cominciando da “carusi”, dai sei anni in su fino alla vecchiaia, se si aveva la fortuna di arrivarci vivi.
Molte volte più tardi mi sono chiesto come doveva apparire il fianco nativo del monte liberato dai milioni di tonnellate di terra bruciata depauperata del biondo elemento. Di tutt’altra natura invece il versante nord di Giulfo-Respìca, che è una delizia  per il fresco d’estate, le sorgenti d’acqua limpida e l’abbondanza di frutta d’ogni varietà.
L’abbondanza dei pregi del luogo non poteva essere trascurata dagli abitatori dei millenni passati, tanto è vero che quel versante è pieno di testimonianze di antiche civiltà, che se pur depredate hanno lasciato segni indelebili.
Il versante villarosano non presenta presenze di antichi resti, ma non possiamo escludere che, sotto lo strapiombo della dominante altura, antiche vestigia siano state coperte dai rosticci di miniera; tanto è probabile in quanto a poche centinaia di metri a girare nell’arenaria del monte sono stati scoperti avelli sepolcrali perfettamente intagliati a squadra e già depredati dei contenuti funerari.
Tutt’altra cosa la vicina zona di nord-est, che ha restituito resti e frammenti di antichi manufatti. Di essa spero di riprendere il discorso in altro momento.
Intanto non voglio allontanarmi dal misterioso nome di Respìca che non trovo in nessun contesto, tranne uno.
Respica è un piccolissima montagna rispetto ad Enna o l’Altesina, ma con una caratteristica dovuta alla sua cima pianeggiante dove si può passeggiare e da ogni angolo di essa si possono ammirare panorami a 360°. Tanto non avviene agevolmente su una più alta sommità accidentata e più vasta.
Quella che segue è una mia ipotesi non dimostrabile, ma penso degna di qualche considerazione. In ogni caso voglio soltanto aprire un discorso e sarò felice se altre tesi più convincenti ne scaturiranno.
Leggendo qua e là di storia romana, ho rincontrato un antico motto in latino che veniva sussurrato all’orecchio del condottiero che tornava in Roma vincitore e a cui la Patria dedicava un sontuoso trionfo: l’eroe, incoronato d’alloro e preceduto dai regnanti sconfitti in catene, avanzava per i Fori fra ali di folla esultante. Nel colmo della sua gloria sul carro, alle sue spalle, veniva posto uno schiavo che aveva l’incarico di sussurrargli di tanto in tanto: “Réspica te, hominem te memento”, cioè “Guardati intorno, ricorda che sei un uomo”
Nel caso nostro non c’entra propriamente il motto di storia romana citato, ma dobbiamo tener conto che i Romani furono padroni della Sicilia per lunghissimi secoli e non mi sembra peregrina l’ipotesi di mettere in rilievo la peculiarità della cima che offre l’opportunità di poter dominare l’intero panorama solamente guardandosi intorno. Ad esempio la costruzione che campeggia ancora oggi su Respica avrebbe potuta essere un tempo una splendida villa romana, il cui proprietario sarebbe stato orgoglioso del fatto che con un colpo d’occhio poteva abbracciare il verde del Giulfo, la citta ad est, forse Pizarolo, la Rocca Danzese con lo spuntone di roccia che ricorda un grande dente, le colline fitte di boschi compresa a sud la sede della futura nostra cittadina, prima che la scure li avrebbe devastati per far posto a campi di grano.
Il nome della mia ipotesi avrebbe cambiato nel tempo solamente un accento e mantenuta la grafia, ma questa stessa si è persa sulle carte, dove invece è stato tramandato il nome Giulfo.
Quale altro conquistatore ce l’avrà imposto? (2)
   
___________________________

(1)   Da ragazzo mi chiedevo da dove saltava fuori il nome della città veneta, ma nessuno, compresi i più anziani,  mi sapeva rispondere. Leggendo qua e là notizie sulle miniere ho scoperto che Verona era il cognome di una famiglia palermitana, titolare di un complesso industriale relativo all’ estrazione del giallo elemento.
(2)   Sempre sull’onda dei nomi trasformati, abbiamo nelle vicinanze un esempio più recente: “a rrobba da Gàrcia” (e anche il detto, “a liggi da Gàrcia”); tale nome potrebbe derivare da proprietari spagnoli (per tanti secoli pure essi dominatori in Sicilia) il cui cognome si dovrebbe leggere “Garsìa” e non “Gàrcia”.


Titolo: Re: Le nostre tradizioni
Inserito da: cigliazza - 17 Febbraio 2012, 21:39:35
Il mio bisnonno raccontava che il nome del monte deriva da quello di "Re Spica", sovrano del popolo che abitava la montagna. Le numerose tombe presenti tutt'oggi sul monticello,dove  i defunti venivano rannicchiati, testimoniano la presenza di una civiltà adesso scomparsa.