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Autore Discussione: Costume e società  (Letto 6405 volte)
osvaldo

Gruppo: Villarosano DOC
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« inserita:: 15 Giugno 2013, 23:15:32 »

TIMIDI SEMI D'UMANA GIUSTIZIA

Voglio riprendere un argomento riguardante un personaggio di Villarosa di cui ho già parlato brevemente nel sito www.villarosani.it, il dr. Calogero Butera. Lo ripropongo per far riflettere i cittadini su un argomento sempre in voga, il favoritismo, che danneggia i più meritevoli, disumanamente scartati dal pieno diritto e mortificati nel più profondo dell'anima e del sacrosanto legittimo interesse.
È risaputo che un uomo giusto, nei paesi della parzialità innalzata a sistema ordinario delle manifestazioni umane, non può per nulla aspirare ad una popolarità carismatica.
Un detto presente in ogni luogo dice: “Tutto il mondo è paese”. In esso c'è un fondo di verità, ma in ogni nazione ha una diversa sfumatura. Non ho conoscenza piena di altre culture, ma ho sentito dire a diversi nostri concittadini residenti in Belgio che in quello Stato le raccomandazioni non sono tanto diffuse come da noi.
La circostanza che vengo ad esporre potrebbe apparire a prima vista insignificante perchè tratta semplicemente e banalmente di un favore che giustamente non poté esser fatto.
Come ho già espresso prima il dr. Butera, uno dei pochi in Villarosa, mi fu maestro di democrazia e senso della giustizia.
Quando egli venne meno a questo mondo, mi soffermai più del solito innanzi all'annuncio murale della sua dipartita con l'esplicito proposito di raccogliere qualche commento particolare che di già prevedevo non totalmente positivo, considerato l'agire del dottore durante la sua esistenza e la seria condotta professionale. In verità le annotazioni non si fecero attendere: per tutti era stata una brava persona che non aveva fatto male a nessuno; ma poi, riflettevano un po' e giungevano alla conclusione che in sostanza non era stato propenso a fare del bene, inteso ovviamente per loro, come favori elargiti agli amici e agli amici degli amici.
Uomini come il Butera, portatore di tali principi e lontano dalle ambizioni, lasciano solamente timide tracce nello spirito di pochi.
Il comune cittadino poneva, e pone ancora, come regola di vita il detto “Quantu vali n'amicu 'n chiazza mancu cent'unzi nna cascia”. Oggi l'amico corrisponde comunemente al politico, ma non solo.
La nostra è stata da secoli una terra teoricamente sottoposta ad un Re che viveva in Spagna, a un Viceré mandato a Palermo, che era circondato costantemente da aristocratici nostrani che non avevano nemmeno una volta nella loro vita visitato le loro terre all'interno dell'isola e le avevano affidate  a gabelloti, campieri e mafiosi, che tenevano costantemente sotto torchio un popolo d'affamati speranzosi d'una esistenza, sia pur misera e stentata.
Si sperava tanto, da parte degli spiriti più sani, che qualcosa con l'avvento della democrazia sarebbe cambiata, ma il favoritismo abbarbicato nel secolare costume non dico che potesse essere  sradicato, ma che almeno fosse stato leggermente smosso.
Uscire da questo mondo non può esser facile; di moltiplicare uomini seri che mirano al rinnovamento morale penso che non si possa nemmeno sperare...
Eppure, a costo di tediare i miei sparuti lettori, voglio provare ad introdurre un banalissimo episodio che è il debole segno della vaga speranza che qualche seme di buon senso forse ancora resiste in giro.
Come ho accennato il dr. Butera mi fu maestro di democrazia e pubblica morale ; forse in giro si rideva pure di me, come di lui, il quale nella qualità d'Ufficiale Sanitario, teneva in mano meticolosamente il doppio decimetro in Commissione in sede di esame di pratiche edilizie.
Un giorno dei primi anni '60 mi avvicinò un uomo un po' attempato, tale Cantella, che io conoscevo appena di vista, che, saputo della mia vicinanza col medico, mi chiese se potevo intercedere presso di lui per aver concessa la licenza d'esercizio d' un' osteria nel pianterreno del corso Garibaldi, dove oggi esiste una rivendita di pane, e dove precedentemente nei lontani anni '50 vi era stata la “Sala Trieste”, adibita a pista da ballo.
Io senza nulla promettere presi l'impegno di parlare con l'amico Ufficiale sanitario.
Quando cominciai ad esporre il problema, il dottore accennò un sorriso, raro nel suo viso, e bloccò delicatamente ogni altro mio dire: - Prima che lei mi faccia la domanda io le do la risposta. La Sala Trieste non è stata autorizzata da me. Un'osteria anche se accoglie forse meno persone d'una sala da ballo è sempre un pubblico locale. Forse lei non sa che il grande pianterreno sulla retrostante via Crema non possiede un'uscita di sicurezza; esiste solamente una finestra non apribile munita di robuste sbarre di ferro, a quasi due metri dal suolo. Siamo stati altamente fortunati che non si è mai verificata una situazione tragica, simile a quelle che spesso si leggono sui giornali o si sentono in televisione. Facciamo una malaugurata ipotesi, che mentre si beve e si canta allegramente in osteria, un mezzo pesante che transita a gran velocità di notte sul corso, che è anche strada statale, vada a schiantarsi sull'ingresso del locale incendiandosi...
Qui si fermò con tanta tristezza in viso, io abbassai gli occhi in segno d'acconsentimento.
Quindi riproposi gli stessi motivi delicati al signor Cantella che ben capì l'osservazione suggeritami e mi ringraziò ugualmente.
Il Cantella poco dopo aprì il suo esercizio in via Roma ove oggi sorge il panificio Vaccarella.
Nella storia banalissima che ho esposto c'è un seguito poco significativo, ma che dà un forte senso alla mia tesi. Nella successiva primavera ci fu una campagna elettorale e in tali  giorni era costume che gli attivisti andassero a consumare cenette nelle osterie.
Una  mattina un amico che era stato presente ad una di queste, mi chiese se l'oste Cantella fosse mio parente. Risposi di no. Quello, senza far nome, mi disse che un tale aveva parlato male di me e che l'oste gli si era scagliato contro con dure parole in mia difesa.
Poco tempo dopo non vidi più il mio difensore che suppongo sia andato all'estero.
Oggi è difficile che egli possa essere ancora in vita, ma a figli o nipoti che da questi particolari potranno riconoscervi il consanguineo, voglio dire che il loro caro era un gran signore, non perchè difese me con impeto disinteressato, ma perchè egli apparteneva a quella rarissima categoria di persone che non è grata solo ai favori ricevuti ma anche a quelli non ottenuti per ragioni di giustizia e d'umanità.
Il mio sogno resta sempre quello che siano rimasti sulla terra tanti Butera e tanti Cantella, come semi d'una umanità migliore e che, sia pur lentamente, crescano sempre più di numero e riescano a mutare il nostro non lodevole costume.
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osvaldo

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« Risposta #1 inserita:: 04 Dicembre 2013, 18:43:48 »

L’ULTIMO SCHIAVO DI VILLAROSA [Post tratto dal blog da me iniziato ma aperto a tutti www.bellarrosa.blogspot.com ]

Già più volte ho tentato, ma invano, di ricordarmi il nome del personaggio di cui vado a trattare; ho interpellato tanti della mia età, persino i fratelli Cirino suoi vicini di casa, tutti ricordano perfettamente il soggetto ma non il nome. Almeno per il momento, voglio indicarlo come Caluzzu.
Questi, quando io ero nella prima adolescenza, aveva superato la mezza età e ancora lo ricordo nel particolare rilevante di due gote d’ intenso colore roseo, che per chi non conoscesse bene il soggetto sarebbe apparso quello d’un avvinazzato.
 Non ebbi mai motivo di parlargli, ma mi colpiva di lui la seria indole, ben lontana da certe sgarbatezze tipiche della categoria di uomini da fatica, cui poteva essere accomunato, che a quei tempi bighellonavano in piazza in cerca di qualche occasione di piccolo guadagno.
Quello che m’impressionava di quell’uomo era la circostanza che nelle domeniche e nei giorni di festa si presentava in giro, pur senza lusso, con camicia e cravatta e ben pettinato, mentre coloro che io annoveravo nella categoria di esecutori di lavori umili non mutavano d’abito né mostravano apparenti segni di ordine e pulizia.
Questa diversità attraeva la mia attenzione, ma non ritenevo di fare domande in merito perché non valutavo che, pur nella sua eccezionalità, si trattasse di fatto straordinario.
Un pomeriggio di festa del dopoguerra, trovandomi in piazza con mio padre, di punto in bianco egli m’indicò a distanza Caluzzu e mi disse: - Vedi? Quello è l’ultimo schiavo di Villarosa.
Nella mia ingenuità ritenevo che la schiavitù fosse scomparsa in Europa con l’avvento del Cristianesimo e che fino a circa un secolo prima la tratta degli schiavi di colore fosse ancora in vigore negli U.S.A., secondo quanto da poco tempo avevo letto in un’edizione ridotta de “La Capanna dello Zio Tom”.
La frase di mio padre mi è da sempre sembrata estemporanea, ma oggi che scrivo questa nota reputo che egli abbia voluto introdurre di proposito l’argomento avendomi visto già fra le mani quel libro e voleva forse farmi capire che la schiavitù non era stata tanto lontana dalla nostra terra.
Nei giorni seguenti fra me e papà s’intrecciarono nei ritagli di tempo mie domande con altrettante sue risposte, che in genere erano brevi e il tutto mirava forse a non esaurire l’argomento per indurmi a riflettere ancora di più.
Caluzzu era l’ultimo nato di una famiglia numerosissima quanto poverissima. I fratelli dai sei anni in poi divenivano carusi di pirrera e le sorelle criate presso famiglie benestanti.
I genitori, come di solito avviene in molte case, sono più cedevoli nei riguardi dell’ultimo rampollo; nel caso del nostro personaggio alla tenerezza dell’età si associava destrezza speciale nella soluzione di piccoli problemi di vita pratica e sveltezza nell’eseguire mansioni più che adeguate alla tenera età.
Queste doti positive del ragazzino, appena egli si avvicinava all’età per divenire carusu, non sfuggirono al sindaco don Peppino Profeta e fratelli, che da gran tempo avevano avuto modo di verificare l’onestà di quella famiglia, perciò ritennero opportuno utilizzare il ragazzo per i più vari piccoli servizi, che specialmente in un’attività di commercio sono utili e frequenti.
I bisogni delle famiglie povere sono sempre infiniti e in quella di Caluzzu ci fu un momento di estrema necessità che indusse i genitori a cedere, in parola, il ragazzo ai Profeta come pegno e garanzia di un modestissimo prestito che già s’era certi di non poter restituire in avvenire.
Questa forma inumana di anticresi che nel nostro dialetto è indicata con l’espressione godi e godi era molto comune, principalmente nell’ambito minerario, in cui poveri ragazzini erano affidati a picconieri per conto dei quali portavano alla luce del sole minerali di zolfo greggio su una cesta a forma di cono, detto stirraturi, e anche in campo agricolo-pastorale erano consegnati a curatoli per la custodia del gregge e per altri più umili incarichi.
Tanto mi faceva rabbrividire, ma molto di più mi faceva allibire l’affidamento a vita di un ragazzo a un estraneo.
Mio padre, leggendo in me il grande turbamento, mi ricordò la nota fiaba di Pollicino, e mi spiegò che il gesto di genitori che abbandonavano in un bosco i propri figli non era una gratuita crudeltà, ma un espediente straziante di affidarli alla fortuna d’un vago quanto possibile miglior destino, al solo scopo di non vederseli davanti a sé e lentamente morire di fame.
Chiudo questa triste storia con una battuta di mio padre che quando qualcuno di noi figli faceva qualche piccola bizza verso il gradimento di un cibo, diceva con tristezza:
- Cumu si vidi ca nunn’aviti fattu u Viaggiu a Beddra Matri do Pitittu!
« Ultima modifica: 04 Dicembre 2013, 18:53:42 da osvaldo » Registrato

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